mantide, Danaide

Nel Seminario X invece, il desiderio come desiderio dell’Altro assume una venatura diversa e decisamente più enigmatica. Il punto centrale non è più che il desiderio del soggetto si diriga verso l’Altro in cerca di riconoscimento, ma proprio che nell’Altro, nel luogo dell’Altro, abita sempre, per ciascuno di noi, un desiderio enigmatico, che ci ha presupposto come suoi oggetti. È questo il significato dell’inquietante figura della Mantide religiosa che apre emblematicamente il Seminario e che bene si presta a incarnare questa svolta di Lacan intorno al desiderio.
La Mantide religiosa è quell’insetto che nel corso dell’accoppiamento sessuale divora, al colmo del suo piacere, il proprio partner. Questa figura diventa per Lacan il paradigma di una versione angosciante del desiderio, e per farsi meglio intendere ci invita a un esperimento mentale.
Immaginiamoci in una situazione nella quale incontriamo una Mantide e immaginiamo di avere una maschera, di cui non conosciamo la natura, che ricopra il nostro volto. E supponiamo anche che la maschera da noi indossata possa essere quella del Mantide, destinato a diventare il partner sacrificale del godimento terrificante della Mantide. Ebbene questo interrogativo spalanca il sorgere dell’angoscia. E se proprio io avessi la maschera del Mantide destinato a diventare la vittima del godimento atroce della Mantide religiosa?
L’angoscia, dunque, sorge dal sentimento della nostra riduzione ad essere oggetto del godimento dell’Altro, della sua ferocia di Mantide religiosa. Mi angoscio quando smarrisco il mio statuto di soggetto e quando mi ritrovo soffocato dal desiderio dell’Altro.
Massimo Recalcati, “Jacques Lacan, Seminario X“, in “il manifesto” 12 aprile 2007

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Il godimento è come la botte delle Danaidi, entrati nella quale non si sa più dove si va a finire. Si comincia con il solletico e si finisce arsi vivi dalla benzina.
Jacques Lacan (2001, 85)

Le lieu de la Jouissance féminine est lié au caractère énigmatique, insituable, de son orgasme.
Jacques Lacan, Le Séminaire, X L’Angoisse

«I see something of myself»

As an artist I have always felt that my task is not to create meaning but to charge the air so that meaning can occur.In all my pictures of people or places I see something of myself. I see the same qualities or troubles that I faced growing up.
The root of my work comes from the aberrations of my childhood and how these become attractions in adulthood.
It is about an attempt to understand how we replay, and recreate our earlier lives over and over again.
To me it all fits into me going back and responding to my history. My memory.

Todd Hido

http://jmcolberg.com/weblog/extended/archives/a_conversation_with_todd_hido/

un libro

quando leggo un libro io mi sento bene
perché quelle parole mi parlano da sole
e riposano la mente che non deve più
comporre senza tregua le mie storie
sulle cose sciocche che, occorrendo,
per un bel po’ non lasciano tornare a un libro
fabbricando colpe per un tempo perso senza senso

quando guardo tutti i libri che non sto leggendo
che rigoverno in pile preparate alla lettura
io mi sento che non ce la farò mai
a legger tutto quello che si mette in coda: morirò
e se scrivo, io non leggo più
vero, forse scrivo un libro che verrà
ma come e quando bene non si sa
né se un giorno a qualcun altro servirà

quando leggo un libro sono in muta compagnia
di un piacere che, finito, non va via
come una solitudine mai sola
che non mi lascia, se ne resta lì, fedele
e quello che facciamo insieme, il libro ed io
non delude mai come quando tu non fai
quello che vorrei fare con te ma tu non vuoi

così anche per oggi leggerò
per stare quieto non ti aspetterò
perché, non so
è molto molto intimo, per me
questo stare con qualcuno senza te

© Daniele Martino 2015 – proprietà letteraria riservata

«But don’t waste your time trying to cross-examine me»

VIVIAN: I don’t like your manners.
MARLOWE: And I’m not crazy about yours. I didn’t ask to see you. I don’t mind if you don’t like my manners, I don’t like them myself. They are pretty bad. I grieve over them on long winter evenings. I don’t mind your ritzing me drinking your lunch out of a bottle. But don’t waste your time trying to cross-examine me.

Howard Hawks, The Big Sleep (1946); co-sceneggiatura di William Faulkner, con Lauren Bacall e Humphrey Bogart

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Quel malessere oscuro del cuore

Ci dev’essere una latitudine che scorre nelle vene delle narratrici delle aree settentrionali di Europa e America: quelle comunità in qualche modo ibernate nelle loro orgogliose tradizioni, le tante province che pullulano tristemente lontano da Londra o New York, le sere fredde, le notti gelide, gli stivali che scrollano la neve ghiacciata all’ingresso di accoglienti tane domestiche. Come in Fargo, il film dei Coen e la serie tv da loro prodotta. Non sono donne diverse da noi, uomini o adolescenti diversi da noi, ma è come se in quella latitudine non lontana dal freddo polare tutti fossero un po’ più feroci e insieme affettuosi di noi. Se sei solo sei solissimo, se sei triste ti suicidi, se ami tua madre e tua sorella le ami e sei amato tantissimo.
Quel malessere oscuro del cuore

Miriam Toews