la tragedia della sardina innamorata

è vero sì ero io a offrirmi ancora chiuso
cercando quella mano che impugnasse la chiavetta
che lentamente arrotolando su se stessa
piano senza versarsi addosso l’olio spesso
tirasse fuori la mia carne cotta, senza pelle
gustosa dopo tanto starmene blindato sotto vuoto

sono io – sì è vero – io che mi spingo
ogni volta verso un’altra bocca che abbia
un po’ di fame, poca poca, non convinta
a uno spuntino di me sfinito nella rete
di un eventuale amore, un altro pasto
che dia un senso un po’ più chiaro
al buio che mi acceca sotto la lamiera
della diffidenza: “lascia perdere che tanto…”

di volta in volta sempre un po’ più bio
più saporito, con lische morbidissime
ti ho vista che eri tu che aprivi
questa volta allegra
distratta per un assaggino

però ogni volta che mi mangi un po’
tu poi richiudi dopo un bocconcino
io con la mano da sdraiato, sotto
cerco di non tornare al buio e sulla latta
mi taglio e mi condisco al sangue la disfatta

e tu ogni volta scaverai più in tondo
io mi nasconderò sempre più in fondo
ti stuferai di far fatica
e a me non resterà
che la tragedia della sardina innamorata
senza voglia di darsi più perché avariata

© Daniele Martino 2018 | proprietà letteraria riservata

Chi è “io”?

Cos’è la mia identità? Chi è “io”? è così importante lavorarci come statue di creta con i nostri narcisistici pollici e poi cuocerci per rimanere infrangibili e autentici? Perché vogliamo far sapere su che panchina sediamo e quale libro stiamo leggendo indignandoci poi se ci arriva una pubblicità di quella casa editrice o del ristorante su cui si affaccia la panchina? Il tema mi pare questo: sia dal punto di vista buddhista, sia dal punto di vista facebookista le nostre identità non sono così importanti, anzi, mi pare necessario che tutto ciò che si determina nel cosmo degli atomi digitali sia da noi percepito come del tutto impermanente e smaterializzato.

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«non me ne importa niente»

Nel parlar
si dovrebbe ognor pensar
per lo meno sette volte per non sbagliar.
Pur lo so
quanta gente ancor però
dice tante e tante cose senza pensar.

Ma di quello che si dice,
che sussurrano gli amici
e che mormora la gente
Non me ne importa niente,
non me ne importa niente!

Non me ne importa niente (1938): Trio Lescano con Orchestra Cetra diretta da Pippo Barzizza. Musica di Alberto Lao Schor parole di Mario Bonavita in arte Marf

 

 

un’amante sa sempre cosa vuole

“Non lo sento… smetterò di cercarlo…”

“Mi vuole?“

“Se non resiste non mi ama abbastanza”

“Se sclera e mi assedia è uno stalker”

“Se non sclera non mi ama abbastanza”

“Se non mi sbatte al muro non mi vuole più come prima”

“Se pensa solo al sesso è un porco”

“Se mi esorta a divorziare vuol soltanto manipolarmi”

“Se vuole sposarmi è solo per interesse”

“Se non vuole sposarmi è solo un seduttore che si stancherà di me”

“Se mi assilla non capisce la mia difficile situazione”

“Se non mi assilla vuol dire che non è più innamorato”

rinascere due

L’originalità di VanderMeer (una narrazione misteriosa più che un rovello concettuale) nel film di Garland fiorisce in una incantevole, psichedelica, pullulante scena di mutazioni genetiche del creato in quell’area: piante che crescono in forma di umani, daini con corna fiorite, alligatori di palude con denti di squalo, orsi agghiaccianti che sibilano per impasto genetico istantaneo le urla di «Aiuto! Aiuto!» dell’ultima umana sbranata e hanno mascelle e sniffate chiaramente evocatrici di Alien e di un’altra donna molto cazzuta, quella interpretata da Sigourney Weaver nel 1979.

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