Sentimenti alla lettera. L’amore sconfitto di Dylan Thomas

Dylan Thomas era un gallese: ricciolino, con la faccia da bambino, e il nasone. Era mingherlino, ma la sua sistematica dedizione al bere (due-tre pinte di birra non troppo ghiacciata laddove poteva, ogni sera, oppure vino, se non si trovava la bevanda nazionale) lo ridusse presto con una pancia enorme, il naso rosso, il respiro ansimante. Morì nel novembre del 1953, al Chelsea Hotel di New York, dopo qualche giorno di coma, e ora è sepolto nella sua amata Laugharne (pronuncia larn), sulla costa del Galles, l’unico posto dove amava tornare, dove vivevano la combattiva moglie di sangue franco-irlandese Caitlin MacNamara e i suoi tre figli, in miseria periodica, interrotta dai rari assegni spesso scoperti, di modesto importo, che il poeta spediva dalle sue periodiche tournée come sceneggiatore di documentari bellici o conduttore radiofonico da Londra, o poeta-conferenziere di successo nelle università americane.
La poesia di Dylan Thomas è quel che ci interessa, oggi: perché dovremmo cercare nelle sue lettere, nelle sue selezionate Lettere d’amore che Massimo Bacigalupo traduce oggi per Guanda qualcosa che semplifichi la sua difficile poesia? Leggetelo, e soffrirete; poca poesia è così scarna, scolpita nella desertificazione della speranza, parola scabra, “refrattaria” all’Ungaretti, rimpolpata di allucinazioni di morte, carnosa putrefazione “romantica”, ossessioni cadaveriche e pioggia marcia come nei film del nostro contemporaneo giapponese Hideo Nakata (Ringu, Dark Water…), disperazione totale squarciata soltanto da grida di erotismo animale, totale e dunque perfettamente felice, o da visione naturali così oggettive da farti pensare che la natura se le sia scritte da sé. Una poesia che è spaventosamente difficile tradurre, nonostante le imprese di Ariodante Marianni per Einaudi, e di Bacigalupo ora (per la rivista “Poesia” dello scorso numero di gennaio):

Troppo tardi nell’ingiusta pioggia
si riuniscono quelli che amore divise:
piovono le finestre nei loro cuori
e bruciano le porte nei loro cervelli.

Dylan Thomas era un uomo infedele. Le sue lettere sono pinte tracimanti di “ti amo amo amo” di “perdonami perdonami” di “non vedo l’ora di essere ancora lì vicino a te a carezzarti i seni e il ventre”, ma c’è un problema: i suoi tracimanti proclami d’amore sono per la moglie Caitlin, ma anche per l’amica Wyn, l’amica Emily, l’amica Pearl, e infine l’amica Elizabeth Reitell, che conobbe durante il soggiorno americano che gli portò la morte, nella primavera del 1953. Fu lei l’ultima donna nelle cui braccia il poeta Dylan Thomas pianse la sua filosofica deriva (“Concordo con Buddha che l’essenza della vita è malvagia. A parte non nascere mai, il meglio è morire giovani. Concordo con Schopenhauer – la cui polvere filosofica si rigirerebbe dal piacere per la mia approvazione – che la vita non ha ordine e scopo ma che una vena contorta di malvagità, come un veleno nel bicchiere dell’ubriaco, serpeggia dal fondo del pozzo fino in cima al mondo avvelenato dalla cicuta. O forse potrei non concordare. Ci sono delle cose migliori di altre. Le formichine scarlatte che strisciano dai loro buchini nella roccia sulla mia mano indaffarata. Le forme delle rocce, scolpite nel caos da un mare alticcio…”). Thomas attraversò la Seconda Guerra Mondiale con un fastidio equivalente ai creditori che lo inseguivano; scrisse un documentario (1951) per una compagnia petrolifera inglese in Iran raccontando con inorridita precisione atroci povertà e spaventosi dolori che rimbalzavano sul guscio del suo sguardo differente e indifferente, come quello di un reporter dall’Iraq di oggi o dal Ruanda di dieci anni fa:

Nel reparto pediatrico ho visto file e file di bambini persiani sofferenti di denutrizione: i loro occhi erano enormi, vedevano tutto e niente, le loro pance gonfie, le braccia come fiammiferi con appesa della pelle blu raggrinzita. Uno di loro stava piangendo, solo uno. Ho chiesto perché all’infermiera inglese. “Poverino – ha detto – la madre andava tutti i giorni a mendicare per strada e lui era troppo indebolito dalla fame per accompagnarla e lei troppo debole per portarlo in braccio con sé. Così l’ha lasciato solo nella sua catapecchia. Questa aveva un buco scavato in terra dove c’era sempre del fuoco, o brace ardente, per cuocere. Il bambino è caduto nel fuoco ed è rimasto lì tutto il giorno bruciando finché la madre è tornata al tramonto. Sta riprendendosi, ma ha perso un braccio e tutte le dita dei piedi.
Dopo, ho pranzato con un uomo che possiede trenta milioni di sterline, ricavate dagli affitti dei contadini in tutto l’Iran e da mille affari loschi. Un uomo affabile e colto.

Qual è la responsabilità di un poeta, di fronte a un Pinocchio vivente? Forse semplicemente dire, ovvero trovare la forza di ordinare parole che raccontino la pioggia battente della sofferenza. Thomas avvicina quel bambino con l’occhio vitreo di un osservatore scientifico uso a narrare l’orribile che egli conosce nel suo ordinario vivere tra Londra, spiagge gallesi e stordenti metropoli americane, che cauterizza ustionandosi con i tre litri di birra quotidiani che lo ammazzeranno a 39 anni. Come quel bimbo iraniano incapace di sostenere senza affetto una condizione di vita disumana (ovvero possibilmente umana), il puffo ubriacone, bugiardo, adorante e infedele, padre fuggitivo e figlio di tutte le donne che se le portavano a letto per proteggerlo con un maternità spogliata in sesso, Dylan Thomas cercò il modo per sgravarsi dal peso della sconfitta programmata, risalendo sospirante ogni volta verso l’utero della donna che lo abbracciava:

Dai sospiri nasce qualcosa,
non dal dolore, questo l’ho annientato
prima della disperazione; lo spirito matura,
scorda, e piange;
nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
non tutto poteva deludere;
c’è, grazie a Dio, qualche certezza:
che non è amore se non si ama bene,
e questo è vero dopo perpetua sconfitta.

Dylan Thomas, Lettere d’amore; a cura di Massimo Bacigalupo. Milano, Guanda 2004, 156 pp., ¤ 12,50

diario, 20 luglio 2007

Natura morta con fantasmi alla corte di Greenaway

C’è nebbia, nebbia e fumo. Un silenzio strano e totale, come nel reale non ricordo. Ombre si muovono felpate, caute, veloci, candele bruciano, pallidi specchi vecchi, deformi imprecisi riflettono lame di luce. Cesti pieni di timo, di rosmarino, di altre erbe aromatiche. Verdure colorate. Niente odore. Sullo sfondo arde un camino di braci senza calore, rossastre, mentre donne in abiti tardo secenteschi/ settecenteschi agitano panni, lavandaie. Prosciutti appesi, dappertutto (sono di Parma, vanno restituiti integri, e presto, o la produzione si dovrà svenare per rifondere i danni ai generosi prestatori). I tavolacci di legno sono pieni di pezzi di cadavere, squartati, macellati, rosseggianti del pallore della precoce decomposizione del frollato: agnelli con la testa e le zampe mozzate, fagiani, capponi, e sopra di loro sei mani che si muovono rapide, precise, come una squadra affiatata. Il cuoco è un tipo grosso, ma non rozzo: feroce, ma non grossolano, dirige una truppa vasta di aiuti e di femminei svogliati distratti sguatteri-bambini, che nelle retrovie rimestano salse, pestano aromi, terrorizzati dal capo come impiegati di una qualsiasi azienda contemporanea. Ammirati e sbalorditi come gli apprendisti di un qualsiasi grande artista di una bottega del Seicento, o come gli aiuto-registi, operatori, direttori della fotografia, costumisti, scenografi bilingui di una produzione cinematografica contemporanea, dodici ore al giorno per dieci giorni a creare un film con un grande regista.
Scavalco cavi, schivo ombre: «Buongiorno – mi fa un giovane brillante che sembra uscito da un film di Rubini o Soldini – io sono Duccio Fabbri, aiuto regista, lei che ci fa qui? Il Maestro non vuole estranei sul set»; salve, sono un raccomandato! Giornalista nella vita, e amico del produttore Mimmo De Gaetano, e mio figlio dovrebbe essere una di quelle comparse, ma non lo trovo… Torno nel buio, poi davanti mi trovo una cosa alta, con dei riccioli efebici, arcadici, uno scialletto sulle spalle, ai piedi degli zoccoloni enormi, e calzamaglia, gronda sudore: «Padre, sono io, tuo figlio!». Ecco l’ironia di un ragazzo di diciotto anni dentro questa vasta natura morta animata di fantasmi! Ecco lo sguattero del grande Tomaso Foco, cuoco della Reggia della Venaria Reale, dei Duchi e poi Re di Savoia: gli è toccata la parte del «garzone troppo pigro» che Foco dovrà schiaffeggiare, ma in fondo se lo merita, perché è appena stato promosso con sei crediti e due debiti, e lui sa che il suo problema è essere pigro e nottambulo, ha cominciato la carriera di deejay minimal techno.
Per la prima volta calco il caotico parterre di un set cinematografico. Sono in uno dei tre teatri di posa della Lumiq, a Torino, che se mi fa essere qui con naturalezza, vuol dire che è vero che è ormai la seconda città di cinema in questo Paese, dopo Roma. Vent’anni fa, qui si facevano solo gli spot dello studio Testa, o della Fiat: era il massimo che ci si potesse permettere. Ora, invece, spesso e volentieri non puoi parcheggiare la macchina sotto casa perché un cartello dice che lì domani ci dovranno girare una fiction televisiva o un film: i primi tempi da non crederci, poi è diventato normale. Ma Peter Greenaway, il nostro adorato guru del Draughtsman’s Contract che ci rivelò le musiche nevrotiche e neo-Purcell di Nyman! Tutto Greenaway in un colpo solo: cuochi geniali e sanguinari, damine perverse, perfidie aristocratiche, decadenze, disfacimenti visionari, nevrosi minimaliste: «La splendida Reggia de La Venaria Reale ha bisogno di essere popolata per ridare vita all’architettura, agli spazi, alle stanze, ai saloni e ai corridoi. Trambusto e rumore, grida, mormorii, urla, risate, pianti, ordini, comandi, segreti, confessioni, preghiere, canti, musica, lo strepitare degli zoccoli dei cavalli. Servitori e padroni, cuochi e sguatteri, cacciatori, principesse, ambasciatori, cardinali, segretari, bambini e cani. Dobbiamo riportare in vita le persone di 400 anni fa e ridare slancio al genius loci, lo spirito del luogo. Questo è possibile. Con le proiezioni. L’attrezzatura per le proiezioni è oggi molto sofisticata. Possiamo utilizzare il genere di attrezzatura che sta rivoluzionando il cinema con stravaganze post-produzione. La capacità di memoria delle attrezzature è enorme e può essere adattata a qualsiasi angolo e pertugio, boudoir e salone delle feste. E possiamo anche progettare un ampio scenario di eventi proiettati tutto il giorno, tutti i giorni per un periodo prestabilito. In più, le proiezioni possono essere aggiornate, con nuove idee, maggiore sofisticazione e la tecnologia disponibile è tale da permetterci di inserire ad intervalli regolari ulteriori nuove tecnologie a mano a mano che vengono sviluppate, e utilizzare ulteriori aggiunte per creare nuovo software».
Ecco cosa vuol fare Peter Greenaway dal prossimo 21 settembre in questa restaurata meravigliosa Versailles torinese, con la volontà politica della Regione Piemonte, la collaborazione artistica del Castello di Rivoli, e la produzione di Volumina, questa microscopica casa di produzione nata come editore di art book formidabili, venduta via internet in tutto il mondo ai fans di registi come Greenaway, Cronenberg, Egoyan o compositori come Michael Nyman (di cui sta per uscire un libro di fotografie). Con pochi soldi, e una troupe fatta quasi interamente di ventenni selezionati da bandi di progetti-formazione in collaborazione con Mediateca della Città di Torino e Dams dell’Università di Torino, agli ordini del monarca britannico sono ragazzi di 25 anni come Clem Hitchcock, già attivi sulla scena d’arte milanese. Mimmo gira con la sua faccia da bambino sempre sorridente (come una ballerina di danza classica, anche quando è ormai solo un ammasso di stanchezza e di sms e mail e grane da risolvere e domande con le risposte ingolfate): il suo bambino Alessandro è seduto al tavolo del cuoco, e si prende schiacciate in testa le uova di Tomaso Foco nel corso della bellissima tirata didattica, una delle belle, letterarie tirate tutte scritte da Greenaway per questo film in alta definizione che sembra una sterminata successione di nature morte fiamminghe, con la luce pennellata secondo dopo secondo con il direttore della fotografia accanto al tavolo di regia: il baluginare fioco, rossastro sul volto di Giuseppe Battiston (che fa il feroce cuoco attore, mentre il tiranno della cucina vero, di cui Greenaway filma le abili mani che farciscono l’agnello, è il vero chef di haute cuisine Davide Scabin (si assaggia al suo combal.zero di Almese, provincia di Torino), che invece che un ceffone, alla comparsa mia parente rifila solo un gran calcione nel culo perché non gli ha portato lo spago che voleva) viene dipinto da un proiettore che va su e giù su e giù sul mixer:
«Nascondete tutti i coltelli durante un temporale,
attirano i fulmini, salterebbero su e vi taglierebbero la gola!

Ricordate! non si vive:
senza aria per tre minuti,
senza acqua per tre giorni,
senza cibo per tre settimane,
senza amore per tre anni.
Tre più tre più tre più tre fa dodici,
il numero di mesi in ogni anno per il resto della vita.

Siate intraprendenti.
Siate puliti.
Siate affamati – preparerete un impasto più buono in meno tempo»: sembrano istruzioni valide anche per i giovani dei contratti a progetto.
Per questo film Greenaway voleva grandi attori e grandi attrici italiani: la star che ha trovato è Ornella Muti, che sogna di diventare la “madrina” della inaugurazione della Reggia: al trucco, alla prova costumi, conversando con il Maestro, era bella e stupenda Marchesa di Caraglio, mentre Ennio Fantastichini era il di lei consorte, Matteo il precettore Filippo Arduzzi, Martina Stella la figlia del cuoco, Tommaso Ragno il cacciatore, Reno Girone il segretario. E poi centinaia di attori, e comparse, per le 40 Damigelle d’Onore, carni ed ossa a dare vita digitale ai fantasmi dei ritratti di corte, come vuole Greenaway: «La bambina attraversa correndo un corridoio a destra per andare incontro alla sua governante che sta per entrare nella stanza dei bambini, la dama si allontana a sinistra per sedere a tavola e giocare a carte alla luce di una candela a mezzanotte mentre un quartetto di violini suona Pugnani».
In realtà il gruppo Architorti suonerà Stefano Andrea Fioré, un compositore di corte sabauda del primo Settecento, scovato dal compositore Marco Robino e dallo storico Andrea Merlotti (del progetto La Venaria Reale): «Dopo ricerche non facili, abbiamo trovato ne Il falso amore bandito, un balletto svoltosi alla corte sabauda nel 1677. Un periodo che corrisponde, tra l’altro, agli anni d’oro della Reggia di Venaria». Greenaway e Nyman si son litigati, come Bregovic e Kusturica, quindi Greenaway ha voluto un musicista di qui: dura sfidare il vecchio Nyman, ma Robino ha messo un po’ di nevrosi nei suoi archi schiaffeggianti le corde, e cori di damine, e una giusta angoscia di fantasmi, tristi anche nelle loro godurie di palazzo.
Quando Scabin ha finito di farcire l’agnello, lascia il set coi suoi due veri aiutanti: «Che nessuno osi mangiarlo! Ho dovuto versare tanto di quel pepe, ad ogni ciak!» il produttore spartano è dispiaciuto, avrebbe voluto farlo alla brace alla festa di fine riprese… Il garzone va a cambiarsi: «Papà, diventerò vegano come te, tutta quella carne macellata mi ha fatto venir voglia di vomitare». Diamo un passaggio alla sua giovane collega comparsa, una ragazza androgina di 17 anni, un Orlando woolfiano selezionato da una scuola di teatro della città: ha già girato cortometraggi, e oggi era qui, alla Corte di Greenaway, tra fantasmi alla Vermeer; in tutto questo sontuoso teatro di morti vivificati dalla invidiabile disciplina del cinema. A settembre saranno tutti figurine dentro televisori. Ora sapete cosa sono stati.

Peopling the Palaces: il film-installazione per la restaurata Reggia della Venaria Reale, in scena dal 21 settembre 2007

diario, 13 luglio 2007

Orgasmo dell’ottimismo. 888 metodi per diventare maledettamente felici

Trecentosessantasei pagine di buone notizie non sono un po’ troppe? Rob Brezsny, californiano cresciuto nell’ambiente vitalistico, pacifista, tantrico tra San Francisco e Santa Cruz, non si preoccupa. Lui ha visto la luce. Ha capito. Stiamo sbagliando tutto. Anzi, ehi, tu, amico, stai sbagliando tutto. Ti da del tu: è il tuo guru sul suo sito freewillastrology.com, dove nell’home page campeggia lui qualche anno fa, sempre coi suoi riccioloni fluenti, sulla rampa di uscita di una freeway, a rischiare la pelle, con un cartello da uomo-sandwich e 1.000 dollari in mano, e una scritta: «MI PIACE AIUTARE… HO BISOGNO DI DARE… PER FAVORE PRENDETE UN PO’ DI SOLDI!». Rob è un simpaticone: molti della “sinistra” americana sono settati diversi da noi: non si sentono quelli che tutto fa schifo, che tutto va male, che io sto male, che è colpa tua se io sto male, che io sono meglio di te ma di pessimo umore. No. Si dissociano da un sistema che è settato per quello che Brezsny con la sua zampillante colorata fantasia creativa definisce «nichilismo pop», e che vede sullo stesso fronte il sistema che ci bombarda con incessanti notizie catastrofiche, dolorose, orrende e gli oppositori politici che vedono il mondo sull’orlo della catastrofe rovinosa. Lui si è forgiato nel sacro fuoco nativoamericano-hippy del Burning Man (burningman.com), che si svolge nel Black Rock Desert del Nevada ogni anno a fine agosto da fine anni Ottanta: un immenso accampamento dove arrivano ormai in 25.000, per “fare l’esperienza”: una settimana di creatività assoluta, di sopravvivenza, di insolazioni e notti insonni in cui ciascuno può contribuire con il meglio di se stesso, e il sabato notte si brucia il pupazzone, la droga da cui ciascuno è venuto qui a liberarsi.
Lì Rob, dopo un passato di rocker californiano e di astrologo alternativo del “Good Times” ha capito che occorreva fondare una missione per salvare gli uomini dal pessimismo egoista terragno, consegnandoli all’ottimismo grato cosmico. Parte da Emerson, Thoreau, Whitman, ovvio, i padri del pensiero libero americano, passa dal buddhismo e non sa molto di greco, e attribuisce la sua nuova parola chiave, la pronoia, ai Grateful Dead, che a metà Settanta cantavano i testi di John Perry Barlow: la pronoia era l’antitesi della paranoia, «il sospetto che l’universo cospiri per farti del bene».
Da seguaci settimanali delle brillanti astrologie di Rob (rivelate agli italiani da “Internazionale”), abbiamo attraversato il deserto implacabile del librone mattone, zeppo di insopportabili grafichetti, simboli, colonne male impaginate, refusi a frotte, e ora portiamo clemenza al nostro vate. Ascoltando uno dei suoi dischi preferiti (It will be a light: Ben Harper con i Blind Boys of Alabama), siamo disposti a seguirlo: a resistere al «lavaggio del cervello operato dai media», disposti a leggere le tante invisibili buone notizie che lui in abbondanza ci esemplifica nel bibbione, a cercarle d’ora in poi ogni giorno, convertendoci al satyagraha che era per Gandhi “forza dell’amore” mica flaccida, e vivendo da subito in casa nostra nel Mondo Nuovo, dove «i nostri figli studieranno danza, meditazione ed educazione onirica e impareranno ad ascoltare con il loro cuore». Fare doni a chi non se l’aspetta, amare chi odiamo, provare l’orgasmo tantrico che accende la luce e non sparge il seme. La vita non è uno schifo, perché taoisticamente nel solco di una disgrazia c’è il seme di un bene. Grato al vecchio Jung cultore di astrologia, ovviamente, l’astrologo sciamano Brezsny ci dà troppe prove per non provarci: «Solo tu puoi impedire il genocidio dell’immaginazione».

La pronoia è l’antidoto alla paranoia. 888 metodi per diventare selvaggiamente felici
di Rob Brezsny
Milano, Rizzoli 2006
Pagine 366 – 17,50 euro

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Rochester, o del piacere di distruggersi. Le satire del libertino secentesco interpretato al cinema da Johnny Depp

Carlo II, re d’Inghilterra nei decenni centrali del Seicento, era uno che non si tirava indietro. Amava i piaceri della carne, vi si inzuppava smisuratamente, al punto da spargere per il Regno una quindicina di figli illegittimi, che qualche rogna procurarono alla successione al trono. Dicono che egli avesse chiesto soccorso al suo medico: cosa si poteva fare per arginare la proliferazione dei Carletti? Allora, pare che il geniale dottore avesse proposto a Sua Maestà (memore di precedenti romani?) una guaina da apporre sul pene regale, ricavandola dall’intestino di un pecora: il dottor Condom, così si chiamava quel medico creativo, divenne così celebre per aver tolto al buon Dio anglicano molte indesiderate creature.
In quella corte filosoficamente libertina, financo sboccata, debosciata e infine sfasciata dalle sifilidi, brillava un uomo di ingegno straordinario, uno strategico vizioso nel secolo in cui nacquero i letterari Don Giovanni: si chiamava John Wilmot, e passò la sua vita negli alti e bassi dei suoi eccessi di penna oltre che di pene e di quartieri: ora il Re lo teneva accanto a sé (molto accanto a sé, pare, a volte, vicinissimo a sé tra le lenzuola di orge promiscue) ora lo cacciava dal Regno perché lo spirito cinico e autodistruttivo del veritiero poeta diffondeva satire autografe di feroce sincerità sul versante privato del regno di Carlo II («Abbiamo un re pieno di spirito | della cui parola nessuno si fida: | non ha mai detto una cosa sciocca | né mai ne ha fatta una saggia».
La “collana bianca” di poesia Einaudi aveva pubblicato nel 1968, in una scelta abbastanza pudica a cura di Masolino D’Amico, una scelta di Poesie e satire di Wilmot: ora la collezione viene rieditata perché un attore e produttore di cinema esperto di sordidi marciumi spettacolari, John Malcovich, prima ha portato in scena a teatro la commedia che Stephen Jeffreys ha dedicato al conte di Rochester interpretando Wilmot, poi ha voluto andare al cinema a fine 2005 con The Libertine, cedendo allo straordinario Johnny Depp la parte del poeta puttaniere prendendo per sé il ruolo di re Carlo: regia di Laurence Dunmore per un film (passato nelle sale italiane in febbraio e da giugno in dvd) bello, dipinto di una fotografia scura e imbarocchita, reale e sporco come la Londra che dipingerà di lì a poco Defoe
Pallido, dalle mani bellissime, acre, carnale, barbaro, raffinato protettore del teatro e dell’attrice Elizabeth Barry, scrittore satirico oraziano ammirato il secolo seguente da Pope e Voltaire, Wilmot morì nel 1680 trentatreenne, marcio di sifilide (terribile Depp sullo schermo!), convertendosi in extremis alla Bibbia dei cristiani, in particolare identificandosi con le sofferenze del profeta Isaia. «I have some pleasure in my pain», scrisse lui che amò, disprezzandole, le donne, e che dal loro corpo si fece uccidere: «Conoscere chiaramente distrugge ogni mistero».

Poesie e satire
di John Wilmot conte di Rochester
a cura di Masolino D’Amico
Einaudi 1968 (riedizione 2005)
Pagine 246 – 12,50 euro

diario, 13 ottobre 2006

Si salvi chi può! Chimica dell’amore “romantico”

Helen Fisher è una antropologa: di età è matura, perché alla fine del suo libro Why we love. The nature and chemistry of romantic love si mette tra coloro che sono in grado di rispondere alla domanda: ma quando uno, a forza di soffrire e intensamente gioire, conosce le regole dell’amore passionale/pulsionale (“romantic”) può evitare di farsene travolgere? Per avere la risposta (che è NO!) bisogna attraversare un libro che è costruito su una serie di questionari distribuiti a 839 persone, maschi e femmine, americani e giapponesi, e su una serie di fMRI (functional Magnetic Resonance Imaging) che, secondo il florido pullulare di ricerche sulla biochimica cerebrali delle passioni del cuor, cercano di tracciare disperatamente un mappa “logica” della più illogica delle mappe umane, quella delle emozioni. Oddio: sappiamo ormai sempre di più del come si innescano le emozioni, di come si placano, di cosa è chimicamente nel cervello dolore e di cosa è chimicamente nel cervello orgasmo, piacere, amore, ma una volta stilata la dinamica delle endorfine e della serotonina, della dopamina e della ossitocina e del testosterone, ormoni e sostanze che ci auto-stupefacciamo, siamo esattamente nella condizione di miliardi di uomini che nel tempo hanno anonimamente sofferto odio gelosia, amore, appostamenti e omicidi passionali, vendette, ossessioni raccontate da centinaia e centinaia di capolavori della letteratura, del teatro, del cinema.
Non è inutile riattraversare il libro delle passioni: è la nostra autobiografia! Piacevole o tormentoso, ogni narciso lettore sa che si sta parlando di lui: di quella volta che lei… di quell’altra in cui lui… che l’avrei ammazzato… che perché quel bastardo mi ha lasciato per quella sgualdrina… che da tanto tempo stiamo insieme e abbiamo avuto la sapienza di tradurre il nostro passionate love in companionate love, addomesticando la dopamina in ossitocina/vasopressina, convertendo la lava del vulcano incandescente in fertile terra di vicinanza compassionevole, su cui lasciar cadere finalmente semi-spermatozoi per far crescere al sole intiepidito dell’affetto dolci pomodorini-bambini nel Vesuvio dell’equilibrio psichico e affettivo.
Allora, che c’è di nuovo? Niente e qualcosa: innanzitutto, i preavvisi, gli allarmi: l’amore è un nutrimento che viene dagli occhi, ovvero dalla magnetica norepinefrina, come ci insegnava il Dolce Stil Novo, ai primi sintomi di pensiero ossessivo sull’amato si è già spacciati: si è dopati di dopamina, seguono perdita di appetito e una energia tremenda, che intossica, si mangia delusione, crolla la serotonina, si cade in stato di bisogno (come avvertiva Socrate), si dipende, molto, da un altro (fino alla morte, scriveva Keats), si soffre una terribile ansia da separazione, si è marionette i cui fili sono nelle mani dell’altro, si desidera sessualmente, si è sessualmente possessivi, si è gelosi e quindi depressi, e quindi maniacalmente violenti, ma un team di neuroscienziati conforta: l’incubo dura tra i dodici e i diciotto mesi. Poi? Niente, poiché la complessità non ha soluzione, e l’amore è complessità inestricabile.
Come ha scritto il nostro postalberoniano psicoamorologo Umberto Galimberti, “nella passione non c’è scambio, perché l’altro non esiste se non nella testa di chi ama. L’altro è solo materia per la sua creazione. Per questo la passione condanna alla delusione ogni presa che voglia afferrare, al disappunto ogni tentativo che voglia possedere”. Attendendo il giorno in cui in farmacia potremo riempire da noi il nostro carrello di pacificanti ormoni cerebrali (“10 grammi di ossitocina, 15 di serotonina grazie, vorrei togliermi di testa quella strega….”) non resta che stare in guardia: occhiali scuri e camminare svelti radenti i muri sorridendo a tutti: troppo pericoloso il rischio di innamorarsi; applicare la yogica, buddhistica compassione universale per tutti gli esser i viventi: il non attaccamento potrebbe salvarci dalla ulteriore rinascita e dagli eterni patemi.

Helen Fisher, Why we love. The nature and chemistry of romantic love. New York, Henry Holt and company 2004, xvi-302 pp.

diario, 23 dicembre 2005

Glass, o il dolore degli innocenti

La Turingia è il cuore geografico della Germania riunificata dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, la Wenge, ovvero “il cambiamento, la svolta” che ha trasformato la vita di tutti quelli che qui, oggi, hanno più di 16 anni: la prima mondiale di Waiting for the Barbarians, lo scorso 10 settembre, nel nuovo Theater Erfurt disegnato nel 2003 dall’architetto Jörg Friedrich, è un gesto di liberazione: Philip Glass era letteralmente bandito, qui, prima dell’89, era un americano, il suo minimalismo era “pop degenerato”, per la musica colta comunista e statale.
La storia che racconta la fonte di quest’opera, il romanzo di Coetzee del 1980, a Glass era piaciuta prima che il presidente Usa George Bush jr. facesse il suo Empire strikes back (del 1980 anche il film stellare di George Lucas) in Iraq, rimanendoci tuttora a torturare e uccidere “smilzi” di tutte le età e generi in scientifica confusione, come il sinistro e criminale colonnello Joll di Aspettando i barbari (tradotto da Einaudi nel 2000): ai confini di un Impero occidentale di un imprecisato inizio Novecento (ci sono carrozze, fucili, cavalli, avrà letto Il deserto dei Tartari di Buzzati, Coetzee?), un Magistrato sfinito, pacifico e puttaniere amministra la giustizia; un giorno, dalla capitale, arrivano le forze speciali, e prendono innocenti, li torturano, uccidono con calma (Il processo di Kafka invece lo conoscerà, Coetzee), massacrano infine pure il Magistrato liberal, perché la capitale ha deciso che i Barbari stanno per attaccare, e quindi sarà l’Impero ad attaccare per primo. Poi, dopo un anno se ne vanno, bye bye.
Chistopher Hampton ha scolpito un libretto che sembra un Woyzeck di Büchner & Berg) con frasi da epigrafe, come «Pain is Truth. That is one of the few certainties of life». Nello spettacolo firmato dal padrone di casa, il sovrintendente Guy Montavon, Richard Salter ha cantato la lunghissima parte protagonista con strascicata energia, diretto da un esaltato Dennis Russell Davies. Il coro dei Barbari mormora “arie” imponenti, muri di sangue rappreso in una partitura che si trascina in epica stanchezza. Pare che Coetzee e Hampton e Glass la pensino come il Battiato sghignazzato alla Biennale Cinema di Venezia: guardatevi dagli occhiali scuri in giro per il mondo, dagli agenti Smith di Matrix che stanno arrivando a trasformare la nostra vita apparentemente democratica in un incubo organizzato. Philip Glass, a 68 anni, allora è un autore politico.

diario, 23 settembre 2005

Cantare insieme al buio. Sylvia Plath e Ted Hughes

Nelle sale cinematografiche italiane il film di Christine Jeffs dedicato a Sylvia Plath è atteso per questo 2004. Tanto che Adelphi ha ristampato rapidamente i Diari nella edizione del 1998, annunciando nella fascetta l’imminente Sylvia, e La Tartaruga ha tradotto il libro della collaboratrice del ”Times” Erica Wagner dedicato alle Birthday Letters, l’ultima raccolta poetica di Ted Hughes interamente dentro la vita di Sylvia e di suo marito Ted, pubblicata dal poeta pochi mesi prima di morire nel 1998. Mentre il film non arriva ancora doppiato in italiano in sala, lo si può vedere naturalmente in dvd, acquistandolo sul sito Internet di Amazon.uk per poche sterline. Christine Jeffs ha dato a Sylvia Plath il volto di Gwyneth Paltrow: come lei bionda, americana ma somaticamente molto europea anglosassone, bella di un glaciale erotico racchiuso innamorante sfumare nell’ineffabile; febbrile, istericamente sigillata. Non sappiamo, della biografia di Gwyneth, quanto ci pare di sapere della biografia di Sylvia dalle decine di libri che ancora oggi appaiono su di lei e sul “colpevole” Ted Hughes, che nelle sue raccolte poetiche ci lascia ammirati e remoti dai suoi mitologemi ancestrali, animistici, e che nelle Lettere di compleanno ha invece liberato una immensamente dolorosa testimonianza di amore e di dolore, raccontando la moglie poetessa suicida dall’interno di un amore fusionale, simbiotico, che infine mise in campo tutti i fantasmi di morte e la felicità di entrambi (la comune delicata passione raffinata per la coltivazione di fiori, iris e giunchiglie, nei loro domestici giardini…): “Quando sei l’unico scrittore creativo in famiglia – ha scritto Hughes nel 1996 trentatre anni dopo il suicidio della madre dei loro due figli – possono nascere gelosie e contrasti, se gli altri non capiscono perché ti chiudi in una stanza solo coi tuoi pensieri, nel tentativo di corteggiare la musa. Quando si è in due, invece, c’è un’atmosfera di collaborazione. È più facile concentrarsi su ciò che si fa, perché tutti e due si fa la stessa cosa. È come cantare insieme al buio”.
Il film della Jeffs, corretto e delicato come un documentario ad alto specifico creativo, certamente sta con Plath. La Plath biografica: abbarbicata a quel tenebroso poeta inglese conosciuto a Cambridge nel fuoco delle sue giovanili ambizioni accademiche, tenuto accanto a sé in venerazione segretariale ma anche in training letterario, padre futuribile dei propri figli “dopo” la propria affermazione, padre reale nel momento in cui il suo corpo e i suoi sensi di femmina animale chiamarono la maternità, compagna totalizzante e fedelissima che trascinava il suo uomo con sé nei suoi incubi di morte: l’ossessione della morte del “prussiano” padre Otto Plath, la colpevolizzazione furiosa della madre, affettuosa corrispondente delle lettere, e oggetto d’odio e rancore nelle parti dei Diari tagliate nell’edizione del ’98 (rileggibili nei Journals curati da Karen V. Kukil nel 2000 per Faber&Faber), o nella rappresentazione romanzesca autobiografica della Campana di vetro (The Bell Jar), la cicatrice orrenda su una bella guancia, impronta del primo tentativo di suicidio non riuscito, con manciate di sonniferi ingoiate nella cantina della casa materna e il corpo dimenticato per ore con la guancia raschiata sul pavimento grezzo.
Sì, Ted piaceva alle sue giovani studentesse, e Sylvia ne era gelosa. La aveva già tradita, allora? Ma un giorno Hughes e Plath incrociarono una coppia di colleghi intellettuali, un poeta canadese e sua moglie Assia Wevill. Questa donna si conficcherà nel destino di Ted e Sylvia come un altro cuneo di morte (e di altri orribili suicidi e morti addosso allo sventurato/sventurante Ted): morbosamente ammirando/invidiando Sylvia, porterà a letto il suo uomo, sino a spezzare la loro convivenza, e forse la notizia che Assia era incinta (… quella volta abortì) sarà una delle cause scatenante del riuscito suicidio di Sylvia, in una gelida mattina di Londra: i due bambini, Nicholas e Frieda, nella loro camera, dormienti… la mamma porta loro latte e pane, apre le finestre sulla fredda alba, sigilla la porta che dà sul resto dell’appartamento, si imbottisce di pillole e mette la testa nel forno a gas… come scrive Hughes in una delle poesie conclusive delle Lettere di compleanno “i lupi stanno cantando nella foresta | per due bimbi, che sono diventati, nel loro sonno, | orfani | vicino al cadavere della loro madre”.
Con il passare dei decenni, dà meno soddisfazione grattar via dalla lapide della tomba di Sylvia Plath il suo cognome di moglie del poeta Hughes: è vero, è morta nella separazione coniugale da lui, Sylvia, scrivendo negli ultimi mesi le poesie che le hanno dato la gloria postuma. Ma proprio il suo essergli legalmente moglie ha dato a Hughes per decenni la chance, la responsabilità, il potere assoluto di costruire quella fama letteraria che era il timone della vita a termine di Sylvia: Hughes, sino al 1998 della confessione testamentaria delle Birthday Letters, ha fatto furiosamente argine con il suo pubblico silenzio (abitato invece dalla privata scrittura delle Birthday Letters) alla curiosità lucrosa, alle accuse moralistiche, all’industria editoriale di quel suicidio così eccitante e rivoltante. Ora possiamo ricominciare a leggerli come gli attori di una delle più sconvolgenti, meravigliose, terribili, tragedie amorose di tutta la storia della letteratura occidentale, comprendendo insieme la loro sublime felicità e il loro abissale dolore. Sylvia si strappò coi bambini a Ted quando la simbiosi si infranse; il 16 ottobre del 1962, mentre scriveva Ariel, scrisse in una lettera alla madre : “Sono una scrittrice geniale, me lo sento. Sto scrivendo le poesie più belle di tutta la mia vita; mi renderanno famosa”. L’11 febbraio del ’63, uccidendosi, Sylvia forse inconsapevolmente rimise il suo destino di scrittrice e di madre nelle mani di Ted.

Sylvia Plath, Diari; a cura di Frances McCullough e Ted Hughes. Prefazione di Ted Hughes. Traduzione di Simona Fefè. Milano, gli Adelphi 2004 (19981), 434 pp., ¤ 9,50.
Erica Wagner, Sylvia e Ted. Sylvia Plath, Ted Hughes e le “Lettere di compleanno”; traduzione di Giorgia Sensi. Milano, La Tartaruga 2004, 288 pp., ¤ 14,20.
Sylvia, un film di Christine Jeffs, con Gwyneth Paltrow e Daniele Craig. Ariel Films and UK Film Council 2003. Icon 10001237 MZ1 (1 dvd).

diario, 1 aprile 2005