«non me ne importa niente»

Nel parlar
si dovrebbe ognor pensar
per lo meno sette volte per non sbagliar.
Pur lo so
quanta gente ancor però
dice tante e tante cose senza pensar.

Ma di quello che si dice,
che sussurrano gli amici
e che mormora la gente
Non me ne importa niente,
non me ne importa niente!

Non me ne importa niente (1938): Trio Lescano con Orchestra Cetra diretta da Pippo Barzizza. Musica di Alberto Lao Schor parole di Mario Bonavita in arte Marf

 

 

rinascere due

L’originalità di VanderMeer (una narrazione misteriosa più che un rovello concettuale) nel film di Garland fiorisce in una incantevole, psichedelica, pullulante scena di mutazioni genetiche del creato in quell’area: piante che crescono in forma di umani, daini con corna fiorite, alligatori di palude con denti di squalo, orsi agghiaccianti che sibilano per impasto genetico istantaneo le urla di «Aiuto! Aiuto!» dell’ultima umana sbranata e hanno mascelle e sniffate chiaramente evocatrici di Alien e di un’altra donna molto cazzuta, quella interpretata da Sigourney Weaver nel 1979.

http://www.doppiozero.com/materiali/una-cellula-ci-sdoppiera

 

Cate Blanchett musa d’arte

Tre elementi (paesaggio imponente; bellezza del volto e maestria interpretativa di Blanchett – il film che più torna in mente è Carol di Todd Haynes -; testo retorico dei manifesti contestualizzato in modalità alienata) fanno di Manifesto un film d’arte concettuale visuale e teatrale di bellezza unica, come le creazioni video pseudoimmobili di Bill Viola.

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Una Tempest che fa amare

Kate Tempest è una MC, una Mistress of Ceremony: il rap con i DJ ha aggiunto ai dozens di strada dei quartieri afroamericani di New York alla fine dei Settanta i primi scratch da vinile; i dozens erano battaglie di insulti tra gang in rime, erano cioè poesia di strada cui dopo si è aggiunta la musica come frammento ritmico, e non come melodia. Sul palco ricorda a memoria, senza sbagliare una parola, o perdere mai le svolte struggenti del suo lamento o furiose della sua invettiva, le centocinquanta pagine del suo poema. La accompagnano alcuni strumentisti, che al suo scritto (che possiamo leggere tradotto davvero bene da Riccardo Duranti per e/o) e alla sua passione aggiungono un doppio ai silenzi.

Kate racconta sette insonni nella stessa notte di Londra; «It’s four eighteen» sono le 4:18 di lui e lei strafatti di menfetamina o distrutti da un turno di notte, etilisti in vicoli sordidi e fighetti e fighette della City con i loro weekend e i loro mutui. Tutti sono disperatamente soli, ma sono «the people. The life. | Their faces are bright in your body. | You’re feeling. | You want to be close to them. | Closer»: Kate comincia così verso il pubblico nelle sue potenti e stupende performance; è veramente maestra di cerimonie, è sacerdotessa druidica, invasata dai suoi dei, sudata, con i boccoli biondi che mulinano sulle guance infuocate; vuole che noi ci avviciniamo a tal punto alla sua rappresentazione che sentiremo nel nostro corpo la luce di quei volti. Poi, capiremo, siamo noi quella gente.

http://www.doppiozero.com/materiali/linsostenibile-leggerezza-dei-poeti-pop

congedo del quasi ultimo dell’anno

sono inginocchiato proprio
davanti al foglio bianco
e provo dolore giù
alla base della schiena
e alle articolazioni in generale
ed effettivamente così è giusto
perché quello che di più religioso
(sacro, meglio)
io so fare è: S C R I V E R E
e non è giusto
che la beatitudine
(che non è che una grande bellitudine)
non rechi come etica espiazione
del dolore che mi faccia in qualche modo
santo

scrivo perché è quasi l’ultimo dell’anno
e voglio compilare un testamento:
nel cervelletto – come una cometa
che ha orbita profonda intorno ad una stella –
questa mattina passa veloce
sì, dentro il lobo occipitale
un wooom costante, velocissimo
all’istante che sfiora vicinissimo
il mio succo vitale
per poi sparire – svelto come fata dispettosa –
nel remoto

e se morissi con dolcissima
opzione di una arteria che si squarcia
silenziosamente
inavvertitamente
e allaga del mio sangue vecchio e caldo
tutto quanto
non voglio che chi m’ama
non abbia queste penultime parole:
«lascio tutti i miei organi
ormai logorati dal lavoro svolto
a chi ne possa fare un uso coraggioso
per vivere con più impeto di me
l’occasione bella di nascere in un mondo;
il resto inceneritelo nel vento
possibilmente – se vi aggrada –
dentro un vento di tiepida montagna
che abbia una sua costanza eterna
una sua imponenza esterna
un suo messaggio solenne e permanente…

per il resto, dai, i miei figli
certamente mi perdoneranno
per essermene andato con così poco disturbo
lo so che mi vorranno bene
quando mi penseranno qualche volta:
per parte mia – miei karmici gioielli –
io farò in modo che gli atomi
che vi hanno seminato
non vi rechino disturbo alcuno nel futuro:
so che della vostra vita voi farete
un gran bell’uso
attraverserete le gore del confuso
non farete male al prossimo snervante
e che ben di più di me
vi spingerete nel più godibile distante

tu, invece, credo, per un po’ triste sarai
pensando qualche volta che forse
se ti fossi data un po’ di scossa
avresti qui con me fatto più cose
di assoluta quieta amorevole significanza:
dormire accanto a me
svegliarmi delicatamente dall’orrore
che nel sonno mi fa urlare certe ore
mangiare cibi con garbo cucinati
parlando interessati di infinite cose
guardare un film tranquilli
sottotitolato da sporadici commenti

sarai incerta se venire al funerale
in forma credo laica o riformata
(fate voi)
e forse verrai dopo
non sapendo bene dove
a lanciarmi un fiore rosso
lagrimando sotto la veletta nera
che tu indosserai perché ricorderai
quanto mi piacessi travestita
da signora chic & osée

qui volevo che sapessi
che non importa
che non potrò aver risentimenti
perché sarò tornato
alla tavola degli elementi
e potrai:
o respirarmi
o masticarmi
o bermi
senza che io ne abbia sentimento

scusami se stanotte ho fatto un sogno
abbastanza articolato
che non ho avuto tempo
di destrutturare nel suo significato:
ero a capo del servizio
(maître di casa)
di una crew di cameriere concitate
e dovevo stare dietro
a una riunione di lavoro
di musicologi un po’ isterici e un po’ stronzi
che selezionavano dei saggi
sul mio adorato Philip Glass
(c’era anche lui, mi pare)
ed io volevo che tutto andasse bene

poi eravamo nel lounge dell’NH Tech
(che, dai, concederai
come location
della mia ultima notte)
ed io – mentre partivano –
ero folle di eccitazione
per una saggista bruna di capelli
sui quaranta, con il musetto bambolino
ma insieme malizioso e porcellino
che trovavo imprevedibile
perché si era tolta le scarpe
e stava con le gambe e i piedi nudi
accovacciata su un divano
e io trovavo irresistibili:
1. la pelle bianca bianca
2. le dita dritte e lunghe lunghe
e sì – è successo:
alla fine la baciavo sulle labbra

non ritengo si tratti
di un tradimento irrimediabile
perdonami, cara
ma tu eri a letto con il tuo consorte
e come ti perdono giorno dopo giorno
perdonami tu, orsù, per una notte

ecco
ho fatto quello
che volevo fare
ho detto (scritto)
quello che volevo dire (epigrafato come scritto)
e tutti vi saluto
e abbraccio un po’ spiaciuto
di non avere visto altri meravigliosi
geniali coinvolgenti emozionanti
frutti del nostro umanissimo intelletto
LOVE U ALL
dimenticatemi con garbo…

vivete la bellezza di ogni istante!
amatevi ogni ora
(sin da ora)

© Daniele Martino 2017 – proprietà letteraria riservata

 

il sole dell’Amore

Ancora una volta, grazie a Marco Robino e al suo produttore Marco Gentile, respiro tra i misteri della nuova creazione di Peter Greenaway: Walking to Paris è ispirato al viaggio (per lo più a piedi) che Constantin Brancusi compì nel 1904, dalla sua Romania a Parigi.

Il testo musicato da Robino sarà elaborato per musica da questa poesia dedicata a quel viaggio di Brancusi:

Nel vaso del silenzio

Cose allegre e tristi lungo questa strada…
come un bambino picchiato dalla madre.
I sacerdoti si svegliano la notte
per curare con una preghiera.

La mia scultura è l’acqua, acqua!
ora che la neve scioglie il bianco:
«Il Sole è il grande guaritore.
Il sole dell’Amore lo sovrasta».

Suono il mio flauto al volo degli uccelli
il dono dello slancio nella forma:
tutto scorre nel vaso del silenzio.

O Mademoiselle! testa capelli mani
tutto si abbraccia, pietra marmo bronzo!
Baciamoci scrivendo l’M della Morte!

© Daniele Martino 2015| proprietà letteraria riservata

 

Greenaway anticipa qualcosa sul film