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etsu shin

Come sto pensando in questo periodo dell’educazione, anche per l’erotismo sento che è più che sufficiente tornare alla Grecia classica, per spiegarci la spettacolare complessità della vita: a Socrate e a Epicuro, a Eraclito e a contatto di affetto anche corporale, disinibito e mai abusivo tra maestro e paidos, per indirizzarci in ogni modo possibile verso la consapevolezza e non verso la tragedia orchestrata da cannibalismi.

Grecia antica come bilanciere tra Oriente e Occidente, nella bellezza del corpo nudo, dello sport, della grazia, della cultura, del rito. Alessandro Magno è arrivato fino all’Indo, ha sposato la splendida Rossana più o meno iraniana, per ragioni dinastiche essendo omosessuale, e ha contaminato Grecia e India, producendo le più fertili possibilità di sapienza e di amore.

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Et la reïne li estant

Ses braz ancontre, si l’anbrace,
Estroit pres de son piz le lace,
Si l’a lez li an son lit tret
Et le plus bel sanblant li fet
Que ele onques feire li puet,
Que d’Amors et del cuer li muet.

D’Amors vient qu’ele le conjot.
Et s’ele a lui grant amor ot,
Et il .c. mile tanz a li,
Car a toz autres cuers failli
Amors avers qu’au suen ne fist ;

Mes an son cuer tote reprist
Amors et fu si anterine
Qu’an toz autres cuers fu frarine.
Or a Lanceloz quanqu’il vialt
Qant la reïne an gré requialt

Sa conpaignie et son solaz,
Qant il la tient antre ses braz
Et ele lui antre les suens.
Tant li est ses jeus dolz et buens
Et del beisier et del santir

Que il lor avint sanz mantir
Une joie et une mervoille
Tel c’onques ancor sa paroille
Ne fu oïe ne seüe,
Mes toz jorz iert par moi teüe,

Qu’an conte ne doit estre dite.
Des joies fu la plus eslite
Et la plus delitable cele
Que li contes nos test et cele.
Mout ot de joie et de deduit

Lanceloz, tote cele nuit.
Mes li jorz vient qui mout li grieve,
Qant de lez s’amie se lieve.
Au lever fu il droiz martirs,
Tant li fu griés li departirs,

Car il i suefre grant martire.
Ses cuers adés cele part tire
Ou la reïne se remaint.
N’a pooir que il l’an remaint,
Que la reïne tant li plest

Qu’il n’a talant que il la lest ;
Li cors s’an vet, li cuers sejorne.
Droit vers la fenestre s’an torne,
Mes de son sanc tant i remaint
Que li drap sont tachié et taint
Del sanc qui cheï de ses doiz.

E la regina a lui

le braccia distende, e l’abbraccia,
e stretto al petto se l’allaccia;
se l’è a fianco nel letto tratto,
ed il più bel viso gli ha fatto
che possa fargli, che da Amore
le viene ispirato e dal cuore.
Questa gioia da Amore viene
che gli mostra, e se l’ama bene
lei, centomila volte più
lui, perché nei cuori altrui fu
Amore niente, al suo rispetto;
ma rifiorì tutto nel petto
di lui, e fu tanto intero Amore,
che fu vile in ogni altro cuore.
Lancillotto ora ha ciò che brama:
la regina lo accoglie, ed ama
che stia con lei e che le faccia
piacere: tiene fra le braccia
lui lei, e lei lui tra le sue.
È così dolce il gioco ai due
e del baciare e del sentire,
che n’ebbero, senza mentire,
una gioia meravigliosa
tanto che mai una tale cosa
non fu udita né conosciuta;
ma da me resterà taciuta:
nel racconto non può esser detta.
Delle gioie fu la più eletta
quella, la gioia che più piace,
che il racconto ci cela e tace.
Gran piacere ebbe, e gioia vera
Lancillotto la notte intera.
Ma viene il giorno, e gran dolore
ha, perché s’alza dal suo amore.
Vero martire fu ad alzarsene,
tanto penoso fu di andarsene;
martirio è il dolore che ha.
Il cuore tira sempre là
dove la regina si trova.
A richiamarlo invano prova,
tanto la regina gli piace,
che di lasciarla non ha pace:
va il corpo, il cuore lì soggiorna.
Dritto alla finestra ritorna;
ma tanto sangue resta lì,
che dai tagli alle dita uscì,
che il lenzuolo è tinto e macchiato.

Chrétien de Troyes, Chevalier de la Charrette ou Lancelot (1170/1180)

bresson launce (1)