senza sensi

quando non avrò più gli occhi
non avrò più voglia di parlare
me ne starò sdraiato ad ascoltare
la pioggia sopra il tetto
il vento che soffia sulla faccia
il suono degli anelli di Saturno

quando non avrò più il naso
respirerò a fatica dalla bocca
e ogni volta con la lingua nella bocca
ti bacerò sino a poco prima di morire

quando non sentirò più nulla
accarezzerò per ore la tua pelle
su e giù su e giù le cosce le ginocchia
le dita le tue labbra
ma non vedrò mai più la luce
dei tuoi occhi teneri e brillanti

quando non avrò più mani
sentirò il Buddha parlarmi nella mente
berrò acqua fresca da una fontanella
vibrerò con la mia pancia sulla terra

e se non sentirò alcun gusto infine
mi lascerò cadere da una navicella
galleggiando nel vuoto eternamente
fino a che i miei atomi vagando
saranno il seme della vita su un pianeta buio

© Daniele Martino 2018 | proprietà letteraria riservata

«non me ne importa niente»

Nel parlar
si dovrebbe ognor pensar
per lo meno sette volte per non sbagliar.
Pur lo so
quanta gente ancor però
dice tante e tante cose senza pensar.

Ma di quello che si dice,
che sussurrano gli amici
e che mormora la gente
Non me ne importa niente,
non me ne importa niente!

Non me ne importa niente (1938): Trio Lescano con Orchestra Cetra diretta da Pippo Barzizza. Musica di Alberto Lao Schor parole di Mario Bonavita in arte Marf

 

 

rinascere due

L’originalità di VanderMeer (una narrazione misteriosa più che un rovello concettuale) nel film di Garland fiorisce in una incantevole, psichedelica, pullulante scena di mutazioni genetiche del creato in quell’area: piante che crescono in forma di umani, daini con corna fiorite, alligatori di palude con denti di squalo, orsi agghiaccianti che sibilano per impasto genetico istantaneo le urla di «Aiuto! Aiuto!» dell’ultima umana sbranata e hanno mascelle e sniffate chiaramente evocatrici di Alien e di un’altra donna molto cazzuta, quella interpretata da Sigourney Weaver nel 1979.

http://www.doppiozero.com/materiali/una-cellula-ci-sdoppiera

 

in un certo senso anniversario

tu vorresti che volessi
dedicare un elogio trobadorico
alla bellezza di una donna nei suoi anni
raccontata come sposa bambola sul lago
e magari come madre
frenetica in partenze frettolose
in domeniche tranquille e premurose
ora che del bambino
mi ricordo dentro i sogni
sì che rideva carnoso e divertente
sotto tetti metaforici marciti
che qualcuno con calma protettiva
prima o poi serenamente riparava

io irrequieto incaponito per decenni
mi son fatto un lungo viaggio
con stazioni di errori e di coraggio
e ti guardo in quei due occhi oggi
che sempre lapislazzulano blu
ma intimiditi da uno scintillio
più consapevole e tranquillo

ridiamo comprendendoci di più
mentre fanno sorridere i rugosi io
quindi non ti parlerò di sfioritura
perché vorrei tornare dentro il bulbo
delle tue calle bianche o del mio assillo
che senza agitazioni e nervi a scatto
mi pare infine potrebbero proporre
la più mite delle affinità gentili
la compassione depurata e amica
che probabilmente non vuol dire mica
che io adesso non ti tocchi il braccio
che non possa risentirci in un abbraccio
o non ridarti un bacio sulla guancia
avvicinandomi con furbissima cautela
alle tue labbra rosa come nuova cosa

3 marzo 2018

© Daniele Martino 2018 | proprietà letteraria riservata