tu vorresti che volessi
dedicare un elogio trobadorico
alla bellezza di una donna nei suoi anni
raccontata come sposa bambola sul lago
e magari come madre
frenetica in partenze frettolose
in domeniche tranquille e premurose
ora che del bambino
mi ricordo dentro i sogni
sì che rideva carnoso e divertente
sotto tetti metaforici marciti
che qualcuno con calma protettiva
prima o poi serenamente riparava

io irrequieto incaponito per decenni
mi son fatto un lungo viaggio
con stazioni di errori e di coraggio
e ti guardo in quei due occhi oggi
che sempre lapislazzulano blu
ma intimiditi da uno scintillio
più consapevole e tranquillo

ridiamo comprendendoci di più
mentre fanno sorridere i rugosi io
quindi non ti parlerò di sfioritura
perché vorrei tornare dentro il bulbo
delle tue calle bianche o del mio assillo
che senza agitazioni e nervi a scatto
mi pare infine potrebbero proporre
la più mite delle affinità gentili
la compassione depurata e amica
che probabilmente non vuol dire mica
che io adesso non ti tocchi il braccio
che non possa risentirci in un abbraccio
o non ridarti un bacio sulla guancia
avvicinandomi con furbissima cautela
alle tue labbra rosa come nuova cosa

3 marzo 2018

© Daniele Martino 2018 | proprietà letteraria riservata

 

 

Kate Tempest è una MC, una Mistress of Ceremony: il rap con i DJ ha aggiunto ai dozens di strada dei quartieri afroamericani di New York alla fine dei Settanta i primi scratch da vinile; i dozens erano battaglie di insulti tra gang in rime, erano cioè poesia di strada cui dopo si è aggiunta la musica come frammento ritmico, e non come melodia. Sul palco ricorda a memoria, senza sbagliare una parola, o perdere mai le svolte struggenti del suo lamento o furiose della sua invettiva, le centocinquanta pagine del suo poema. La accompagnano alcuni strumentisti, che al suo scritto (che possiamo leggere tradotto davvero bene da Riccardo Duranti per e/o) e alla sua passione aggiungono un doppio ai silenzi.

Kate racconta sette insonni nella stessa notte di Londra; «It’s four eighteen» sono le 4:18 di lui e lei strafatti di menfetamina o distrutti da un turno di notte, etilisti in vicoli sordidi e fighetti e fighette della City con i loro weekend e i loro mutui. Tutti sono disperatamente soli, ma sono «the people. The life. | Their faces are bright in your body. | You’re feeling. | You want to be close to them. | Closer»: Kate comincia così verso il pubblico nelle sue potenti e stupende performance; è veramente maestra di cerimonie, è sacerdotessa druidica, invasata dai suoi dei, sudata, con i boccoli biondi che mulinano sulle guance infuocate; vuole che noi ci avviciniamo a tal punto alla sua rappresentazione che sentiremo nel nostro corpo la luce di quei volti. Poi, capiremo, siamo noi quella gente.

http://www.doppiozero.com/materiali/linsostenibile-leggerezza-dei-poeti-pop

sono inginocchiato proprio
davanti al foglio bianco
e provo dolore giù
alla base della schiena
e alle articolazioni in generale
ed effettivamente così è giusto
perché quello che di più religioso
(sacro, meglio)
io so fare è: S C R I V E R E
e non è giusto
che la beatitudine
(che non è che una grande bellitudine)
non rechi come etica espiazione
del dolore che mi faccia in qualche modo
santo

scrivo perché è quasi l’ultimo dell’anno
e voglio compilare un testamento:
nel cervelletto – come una cometa
che ha orbita profonda intorno ad una stella –
questa mattina passa veloce
sì, dentro il lobo occipitale
un wooom costante, velocissimo
all’istante che sfiora vicinissimo
il mio succo vitale
per poi sparire – svelto come fata dispettosa –
nel remoto

e se morissi con dolcissima
opzione di una arteria che si squarcia
silenziosamente
inavvertitamente
e allaga del mio sangue vecchio e caldo
tutto quanto
non voglio che chi m’ama
non abbia queste penultime parole:
«lascio tutti i miei organi
ormai logorati dal lavoro svolto
a chi ne possa fare un uso coraggioso
per vivere con più impeto di me
l’occasione bella di nascere in un mondo;
il resto inceneritelo nel vento
possibilmente – se vi aggrada –
dentro un vento di tiepida montagna
che abbia una sua costanza eterna
una sua imponenza esterna
un suo messaggio solenne e permanente…

per il resto, dai, i miei figli
certamente mi perdoneranno
per essermene andato con così poco disturbo
lo so che mi vorranno bene
quando mi penseranno qualche volta:
per parte mia – miei karmici gioielli –
io farò in modo che gli atomi
che vi hanno seminato
non vi rechino disturbo alcuno nel futuro:
so che della vostra vita voi farete
un gran bell’uso
attraverserete le gore del confuso
non farete male al prossimo snervante
e che ben di più di me
vi spingerete nel più godibile distante

tu, invece, credo, per un po’ triste sarai
pensando qualche volta che forse
se ti fossi data un po’ di scossa
avresti qui con me fatto più cose
di assoluta quieta amorevole significanza:
dormire accanto a me
svegliarmi delicatamente dall’orrore
che nel sonno mi fa urlare certe ore
mangiare cibi con garbo cucinati
parlando interessati di infinite cose
guardare un film tranquilli
sottotitolato da sporadici commenti

sarai incerta se venire al funerale
in forma credo laica o riformata
(fate voi)
e forse verrai dopo
non sapendo bene dove
a lanciarmi un fiore rosso
lagrimando sotto la veletta nera
che tu indosserai perché ricorderai
quanto mi piacessi travestita
da signora chic & osée

qui volevo che sapessi
che non importa
che non potrò aver risentimenti
perché sarò tornato
alla tavola degli elementi
e potrai:
o respirarmi
o masticarmi
o bermi
senza che io ne abbia sentimento

scusami se stanotte ho fatto un sogno
abbastanza articolato
che non ho avuto tempo
di destrutturare nel suo significato:
ero a capo del servizio
(maître di casa)
di una crew di cameriere concitate
e dovevo stare dietro
a una riunione di lavoro
di musicologi un po’ isterici e un po’ stronzi
che selezionavano dei saggi
sul mio adorato Philip Glass
(c’era anche lui, mi pare)
ed io volevo che tutto andasse bene

poi eravamo nel lounge dell’NH Tech
(che, dai, concederai
come location
della mia ultima notte)
ed io – mentre partivano –
ero folle di eccitazione
per una saggista bruna di capelli
sui quaranta, con il musetto bambolino
ma insieme malizioso e porcellino
che trovavo imprevedibile
perché si era tolta le scarpe
e stava con le gambe e i piedi nudi
accovacciata su un divano
e io trovavo irresistibili:
1. la pelle bianca bianca
2. le dita dritte e lunghe lunghe
e sì – è successo:
alla fine la baciavo sulle labbra

non ritengo si tratti
di un tradimento irrimediabile
perdonami, cara
ma tu eri a letto con il tuo consorte
e come ti perdono giorno dopo giorno
perdonami tu, orsù, per una notte

ecco
ho fatto quello
che volevo fare
ho detto (scritto)
quello che volevo dire (epigrafato come scritto)
e tutti vi saluto
e abbraccio un po’ spiaciuto
di non avere visto altri meravigliosi
geniali coinvolgenti emozionanti
frutti del nostro umanissimo intelletto
LOVE U ALL
dimenticatemi con garbo…

vivete la bellezza di ogni istante!
amatevi ogni ora
(sin da ora)

© Daniele Martino 2017 – proprietà letteraria riservata

 

I won spirit, and through spirit, peace.
There is no marriage in heaven,
but there is love.

Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology (1915)

traduzione di Fernanda Pivano (1943)

il vento caldo raffica
sposta panni nuvole larici
mi strappa le radici
e volo sopra monti e mare
tra le tue braccia, piccola lunatica
chiara fresca e dolce
come la cascata nella polla
del ruscello Arbouno
sgorgato dalle viscere del Tibert
erta di fallo (errore)
rituffata nella tua finzione coniugale

© Daniele Martino 2017 | proprietà letteraria riservata