pompa funebre

tra i santi e i morti in ricorrenze primordiali
il lutto poco tragico mi strappa a me mio caro
due diciottenni beffati e seminati:
il grigio ingenuo ed inesausto Pigmalione
e il roseo delicato cicisbeo.
La Galatea di marmo la prendo a martellate
e brucio del galateo le pagine strappate.

Spaccando il melograno faccio di ogni grana
il succo della prossima infinita infine mia stagione
del me tranquillo sufficiente e differente

senza inchino e senza omaggio
svanisco e nutro l’equilibrio
ruminando un dionisiaco foraggio
senza piú drammi e dentro il mio orticello
sinergico biologico autarchico e selvatico
ricco di semi i più selezionati del mio seme
venendo come viene, e se non viene che per sé si tenga

© Daniele Martino | proprietà letteraria riservata 2018

Vite di Mary Shelley

Duecento anni fa, nel 1818, fu pubblicato anonimo un romanzo sconvolgente: Frankenstein, o il moderno Prometeo, con una prefazione di Percy Bysshe Shelley. Era stato scritto in nove mesi e infine partorito da una donna coraggiosa, innamorata e addolorata, che nell’estate del 1816, priva di sole come mezzo pianeta per le immense emissioni di polveri e ceneri provocate dall’eruzione del vulcano Tampora in Polinesia, aveva cominciato ad abbozzarlo ospite di Lord Byron a Villa Diodati, sul Lago di Ginevra. Byron, tediato e sbiellato dalla continua oscurità e dai continui violenti temporali, drogato e sbronzo, lanciò agli amici ospiti una sfida a scrivere immediatamente un racconto di fantasmi. Lo presero in parola soltanto Mary Wollstonecraft Godwin e John Polidori, medico personale di Byron che in The Vampyre inventa il nucleo del potente Dracula di Bram Stoker.

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Mary e il mostro