ridere in classe

Quindi, quello che fa ridere un ragazzino quasi mai fa ridere un prof. Li trovo stupidini e scemini, ma non posso dirlo se no sono anti-pedagogico eccetera. Ma quando sono lì, tutto socratico che cerco di condividere con loro (non si dice più “fare lezione”, loro dicono “il prof ci spiega”) il tema dei Paesi ricchi e di quelli poveri nel mondo, quando cerco di attirare la loro attenzione spiegando che colonialismo imperialismo e guerre non sono che la versione statale della prevaricazione o del bullismo che loro quotidianamente possono agire o subire come individui, e ne vedo 2-4-6 che tra di loro ridono per Dio-sa-solo-cosa, a me non vien da ridere e devo cercare di non arrabbiarmi. Mi sento offeso! Sì, certo!

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Una cioccolata per Mariella

Sembra una impresa improba, ma non c’è altro modo che farli sentire uno a uno con te, il prof. Sono in una classe che non si sono scelti. Ci sono simpatie, antipatie, estraneità. Ci sono ragazzi e ragazze pieni di rabbia e frustrazione. O di tristezza. Qualcuno ha una voglia di imparare qualcosa di nuovo. E tutto fluttua sul filo di ondate emotive. Quello che puoi fare è fare in modo che il flusso non ti ignori. Portare le 20 correnti verso di te, evitando che diventino un’ondata frontale.
Quando ognuno di loro comincia a sentirsi ascoltato individualmente da te, comincia la relazione educativa. Che la ragazza sia la prima della classe, o il ragazzo abbia il certificato dalla ASL con disturbi dell’apprendimento e del comportamento, se non impari presto il suo nome proprio, se non capisci presto perché ognuno di loro si comporta in quel modo, ci saranno soltanto minacce e sordità.

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indicativo presente

Quando sei licenziato a 50 anni senti che sotto il tuo mondo si apre una voragine oscura: quell’idea così consolidata di “carriera”, di sicurezza, di progressivo assopirsi verso la pensione, svanisce nelle poche settimane in cui devi saperti difendere dal mobbing aziendale per ottenere la migliore buonuscita cui lavora il tuo avvocato. Quando ho appreso la resilienza, e sono finite prima l’euforia della libertà, poi la rabbia per l’espulsione e infine la depressione del “perché proprio io?”, mi sono detto: «Il mondo non ha più bisogno di giornalisti, perché tutti leggiucchiano ormai brevi news gratuite sul web. Devo farmene una ragione: sono come un postiglione di inizio Novecento: la sua carrozza non avrebbe mai più viaggiato perché era nata l’automobile; i suoi cavalli sarebbero andati al macello. Non è colpa mia, è l’Ineluttabile. È l’Impermanenza che ho capito come buddhista che ora si fa tegola sulla mia testa». Poi, mi sono chiesto: «Quale cosa che io so fare può ancora servire al mondo? Cosa potrebbero comprare da me gli altri?». La risposta è stata insegnare, e stare con le ragazzine, e i ragazzini, vicino alla loro stupenda e terribile energia.

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Depressione capitalista

I genitori si lasciano derubare della loro influenza sui loro figli, sin dai primi anni di vita trasformati in consumatori insoddisfatti di cibi, abiti, giochi, app che hanno il loro prezzo; i genitori abdicano, sfiniti o incompetenti a un orientamento educativo perché loro stessi hanno un orizzonte valoriale sempre più nebuloso e impalpabile, mentre agli insegnanti si chiede a muso duro di fare tutto ciò che non fa più nessuno: educare, disciplinare, reprimere, invogliare, felicitare, non infelicitare, comprendere, indulgere e insieme allertare sulle conseguenze delle proprie azioni.

Dopo la visione catastrofica di Realismo capitalista, che lascia con un groppo in gola tremendo perché è tutto vero, The weird and the eerie ci restituisce il miglior Mark Fisher: il critico che ama profondamente le opere che indaga e svela, in particolare il sensibilissimo, intelligentissimo critico musicale, lui che proprio nella immaterialità delle nuove musiche aveva avvertito gli stupori più rivitalizzanti, in particolare di fronte allo sbocciare del suono jungle a Londra, del dubstep, di sonorità e quindi mondi sensoriali mai uditi prima e sicuramente strani, e affascinanti come un oppio leggero che per qualche minuto o ora ti permette di mettere in sordina il tuo disperato raziocinio.

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Vite di Mary Shelley

Duecento anni fa, nel 1818, fu pubblicato anonimo un romanzo sconvolgente: Frankenstein, o il moderno Prometeo, con una prefazione di Percy Bysshe Shelley. Era stato scritto in nove mesi e infine partorito da una donna coraggiosa, innamorata e addolorata, che nell’estate del 1816, priva di sole come mezzo pianeta per le immense emissioni di polveri e ceneri provocate dall’eruzione del vulcano Tampora in Polinesia, aveva cominciato ad abbozzarlo ospite di Lord Byron a Villa Diodati, sul Lago di Ginevra. Byron, tediato e sbiellato dalla continua oscurità e dai continui violenti temporali, drogato e sbronzo, lanciò agli amici ospiti una sfida a scrivere immediatamente un racconto di fantasmi. Lo presero in parola soltanto Mary Wollstonecraft Godwin e John Polidori, medico personale di Byron che in The Vampyre inventa il nucleo del potente Dracula di Bram Stoker.

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Mary e il mostro

androidi troppo umani

In un futuro prossimo, una potente società americana, la Delos, ha creato in una imprecisata, grande isola tropicale tre grandi parchi di divertimento: le tre Disneyland sono dislocate su aree vaste ma attigue: ci sono WestWorld, che propone ai visitatori il brivido del far West senza legge e senza morale, un secondo parco a tema “epoca dello Shogun e dei samurai” in un Giappone barbarico, un terzo nell’India coloniale britannica. Il soggetto non è particolarmente originale, poiché la saga di Jurassic Park poneva analoghi dilemmi di fondo: l’uomo può, con la sua evoluzione nelle scienze biotecnologiche, peccare di hybris contro la Natura? O ne pagherà il fio? I neo-dinosauri di Jurassic Park non erano però robot perfetti con cervelli bionici e programmati, ma neonati completamente biologici in cattività poco efficace per gli intelligenti e possenti T-Rex e Velociraptor; nella piramide biologica a metà film scavalcano gli umani sbranandosene un tot, sino a che il coraggio e l’astuzia di qualche umano non riescono a organizzare la solita fuga insanguinata dall’isola caraibica. Dietro Jurassic Park e WestWorld c’è lo stesso scrittore: Michael Crichton.

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mi ami?

LEI  mi ami?
LUI  sì ti amo
LEI  più di tutto?
LUI  sì più di tutto
LEI  più di tutto al mondo?
LUI  sì più di tutto al mondo
LEI  ti piaccio?
LUI  sì mi piaci
LEI  ti piace stare vicino a me?
LUI  sì mi piace stare vicino a te
LEI  ti piace guardarmi?
LUI  sì mi piace guardarti
LEI  pensi che io sia stupida?
LUI  no non penso che tu sia stupida
LEI  pensi che io sia carina?
LUI  sì penso che tu sia carina
LEI  ti annoio?
LUI  no non mi annoi
LEI  ti piacciono le mie sopracciglia?
LUI  si mi piacciono le tue sopracciglia
LEI  molto?
LUI  molto
LEI  quale ti piace di più?
LUI  se dico quale l’altra sarà gelosa
LEI  lo devi dire
LUI  sono tutt’e due squisite
LEI  davvero?
LUI  davvero
LEI  ho delle belle ciglia?
LUI  sì delle ciglia bellissime
LEI  ti piace annusarmi?
LUI  sì mi piace annusarti
LEI  ti piace il mio profumo?
LUI  sì mi piace il tuo profumo
LEI  pensi che io abbia buon gusto?
LUI  sì penso che tu abbia buon gusto
LEI  pensi che abbia del talento?
LUI  sì penso che tu abbia del talento
LEI  non pensi che io sia pigra?
LUI  no non penso che tu sia pigra
LEI  ti piace toccarmi?
LUI  sì mi piace toccarti
LEI  pensi che io sia buffa?
LUI  solo in un modo simpatico
LEI  stai ridendo di me?
LUI  no non sto ridendo di te
LEI  mi ami davvero?
LUI  sì ti amo davvero
LEI  dì “TI AMO”
LUI  ti amo
LEI  hai voglia di abbracciarmi?
LUI  sì ho voglia di abbracciarti, e stringerti, e coccolarti, e amoreggiare con te
LEI  va tutto bene?
LUI  sì va tutto bene
LEI  giura che non mi lascerai mai?
LUI  giuro che non ti lascerò mai, mi faccio una croce sul cuore e che possa morire se non dico la verità

(pausa)

LEI  mi ami davvero?

(Ronald D. Laing 1978)

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