tu mi hai dato queste emozioni

Creatura: Tu mi hai dato queste emozioni, ma non mi hai detto come dovevo usarle. Ora due persone sono morte per colpa nostra. Perché?
Victor Frankenstein: C’è qualcosa che consuma la mia anima e che io non riesco a comprendere.
Creatura: E la mia di anima? Ne ho una o questa è una parte che hai trascurato? Chi erano le persone di cui sono composto? Persone buone, persone cattive?
Victor Frankenstein: Materiali, niente più di questo.
Creatura: Ti sbagli. Lo sapevi che so suonare? In quale parte di me risiedeva questa conoscenza? In queste mani? In questa mente? In questo cuore? E leggere? E parlare? Non sono cose apprese, quanto cose ritrovate nella memoria.
Victor Frankenstein: Tracce residue nel cervello forse.
Creatura: Ti sei mai fermato a riflettere sulle conseguenze delle tue azioni? Tu mi hai dato la vita e poi mi hai lasciato a morire. Chi sono io?
Victor Frankenstein: Tu… Non lo so.
Creatura: E tu credi che io sia malvagio?
Victor Frankenstein: Che posso mai fare?
Creatura: C’è qualcosa che potresti fare per me. Voglio una persona.
Victor Frankenstein: Una persona?
Creatura: Una donna, un’amica, una compagna. Un essere come me. Così non finirà per odiarmi.
Victor Frankenstein: Come te? Oddio, non sai quello che stai chiedendo…
Creatura: Io so solo che mi basterebbe la comprensione di un essere vivente per farmi sentire in pace con tutti. L’amore che è in me è talmente grande che tu stenteresti a immaginarlo e il mio furore ha un’intensità che tu non puoi concepire. Se non troverò il modo di soddisfare l’uno, darò libero sfogo all’altro.
Victor Frankenstein: E se io acconsento… come farete a vivere?
Creatura: Noi andremo subito al nord, la mia sposa ed io, vivremo tra le più remote regioni del Polo, dove nessun uomo ha mai messo piede, lì vivremo per il resto della nostra vita, insieme. Nessun occhio umano si poserebbe mai più su di noi. Questo te lo giuro. Ora però devi aiutarmi, ti prego.
Victor Frankenstein: Se è possibile porre rimedio a quest’ingiustizia allora lo farò.

Il fiore putrefatto dell’abuso: The Tale

Solo. In vacanza. In città. Ho smesso di fumare da 4 giorni. 32º al crepuscolo. Esco a passeggiare ma un solo locale svela giovani chiassosi; lungo i viali alberati sulle panchine coppiette tristi che non si godono i bambini allegri… giorni lunghi e immobili, di solitudine anche troppa.

Poiché la lettura in corso del Frankenstein di Mary Wollstonecraft peggiorerebbe la situazione e poiché lo zapping i ching può salvarmi, lancio un canale dopo l’altro e arrivo a un film di cui non so: The Tale. C’è Laura Dern, e se c’è del Lynch mi fermo.

È strano, una produzione HBO. Sembra un film brutto, venuto male. Ma continuo, e infine comprendo che Jennifer Fox sta raccontando vita brutta a tentoni, con stadi crescenti di incredulità… è il riaffiorare casuale di un rimosso enorme. Non c’è una tesi, non c’è intento di spettacolo. È come un doc, un reality, che però germina dalla scrittura creativa e dai ricordi cartacei di una primissima adolescenza… annaspa in una memoria seppellita… lascia lentamente sbocciare il fiore putrefatto dell’inganno pedofilo.

Non avevo mai visto la rappresentazione lenta e precisa di una strategia pedofila. Non avevo mai visto l’illusione atroce di transfert di una ragazzina finire in vomito di orrore in un cesso, non avevo mai visto CHE LO FANNO DAVVERO, il sesso con una bimba che crede in te.

The Tale, ora ho letto, è stato premiato al Sundance. Mi ha dato il vomito e istruito. Mi ha tolto il sonno e ha dato senso triste a un giorno non piú assurdo e insensatamente triste.

Learning is the prize

STUDENT Yeah, so what’s the prize we’re gonna get for learning this poem?

LOUANNE Learning is the prize. Yeah. Knowing how to read something and understand it is the prize. Okay? Knowing how to think is the prize.

STUDENT I know how to think right now.

LOUANNE Okay. Well, yeah, well, you know how to run too. But not the way you could run if you trained. You know, the mind is like a muscle. Okay? And if you want it to be really powerful, you got to work it out. Okay? Each new fact gives you another choice. Each new idea builds another muscle, okay? And it’s those muscles that are gonna make you really strong. Those are your weapons, and in this unsafe world I want to arm you. And that’s what these poems are supposed to do? Yeah.

 

Dangerous Minds (1995), regia di John N. Smith, dal libro autobiografico di LouAnne Johnson, con Michelle Pfeiffer

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rinascere due

L’originalità di VanderMeer (una narrazione misteriosa più che un rovello concettuale) nel film di Garland fiorisce in una incantevole, psichedelica, pullulante scena di mutazioni genetiche del creato in quell’area: piante che crescono in forma di umani, daini con corna fiorite, alligatori di palude con denti di squalo, orsi agghiaccianti che sibilano per impasto genetico istantaneo le urla di «Aiuto! Aiuto!» dell’ultima umana sbranata e hanno mascelle e sniffate chiaramente evocatrici di Alien e di un’altra donna molto cazzuta, quella interpretata da Sigourney Weaver nel 1979.

http://www.doppiozero.com/materiali/una-cellula-ci-sdoppiera

 

Adolescenti in fuga

Di film e serie tv su adolescenti sbiellati ne abbiamo già visti, anche di crudi e apodittici: Natural born killersdi Oliver Stone nel 1994, in gran parte American beauty scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes nel 1999, Ken Park di Larry Clark nel 2002, Bowling for Columbine di Michael Moore nel 2003, Thirteen reasons why di Brian Yorkey dal romanzo 13 di Jay Asher. Questo, per fare un po’ di cronologia di una sociologia di una psicologia dell’adolescenza, significa che sono almeno vent’anni che scrittori e registi capaci di sintonizzarsi con la nuvola nera dei teens hanno messo i sensori sulla contemporanea “gioventù bruciata”. Quali sono i denominatori comuni di questi diversi lavori? Innanzitutto l’alienazione, il sentirsi completamente off: i genitori in queste narrazioni sono o assenti fisicamente, o completamente inetti nella ricezione empatica, o pateticamente buonisti, deboli nel piantare steccati di regole nel post-sessantotto della non-punizione alle pulsioni eros/thanatos dei nostri brufolosi giovanotti e giovanette. Poi la scarsa rilevanza del consumo di droghe: la lava del risentimento in genere spicca fuori dalle mura domestiche e si incanala o in manifestazioni di auto-lesionismo o più pericolosamente in veri e propri gesti di crudeltà, omicidi o suicidi; è come se l’opzione della deriva psicotropa non fosse più così utile a questa generazione.

The end of the f***ing world

Cate Blanchett musa d’arte

Tre elementi (paesaggio imponente; bellezza del volto e maestria interpretativa di Blanchett – il film che più torna in mente è Carol di Todd Haynes -; testo retorico dei manifesti contestualizzato in modalità alienata) fanno di Manifesto un film d’arte concettuale visuale e teatrale di bellezza unica, come le creazioni video pseudoimmobili di Bill Viola.

http://www.doppiozero.com/materiali/manifesto-di-unattrice