l’incapacità di amare

Certo amare significa “essere portati”, abbandonarsi all’avventura e all’evento senza riserve né scrupoli; e, tuttavia, nell’atto stesso in cui ci abbandoniamo all’amore, sappiamo che qualcosa in noi resta indietro, in difetto. Eros è la potenza che, nell’avventura, costitutivamente la eccede, così come eccede e scavalca colui a cui essa avviene. L’amore è più forte dell’avventura – e questa è forse la certezza che aveva spinto Dante a uscire dal cerchio magico dei poemi cavallereschi; ma proprio per questo nell’amore noi facciamo ogni volta l’esperienza della nostra incapacità d’amare, di andare al di là dell’avventura e degli eventi – e, tuttavia, proprio questa incapacità è l’impulso che ci spinge all’amore. Come se l’amore fosse tanto più ardente e intriso di nostalgia, quanto più forte si rivela in esso l’incapacità di amare.

L’appagamento dei sensi è il “piccolo mistero della morte” (così gli antichi chiamavano il sonno) attraverso il quale gli uomini cercano di venire a capo della loro incapacità di amare. Poiché in esso l’amore sembra quasi spegnersi e congedarsi da noi – ma non, secondo il pregiudizio borghese, per disincanto e tristezza, quanto piuttosto perché, nell’appagamento, gli amanti perdono il loro segreto, cioè si confessano l’un l’altro che non vi è, in essi, alcun segreto. Ma proprio in questo vicendevole smagarsi dal mistero, essi – o il demone in loro – accedono a una vita nuova e più beata, né animale né divina né umana.

Giorgio Agamben, L’avventura. Nottetempo (2015)

 

François Gérard, Amore e Psiche (1798)

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