il supplizio di Bartabas

“Golgota” è un rito lugubre di uomini e cavalli

Bartabas e il suo Théâtre Équestre Zingaro sono tornati. A tre mesi dalla prima parigina al Rond Point arrivano in prima nazionale a Torino Danza; l’ultima volta l’Uomo che Danza con i Cavalli aveva duettato con il maestro giapponese di buto Ko Murobushi. Questa volta l’uomo che va a piedi, e segue l’Uomo sui Cavalli, è Andrés Marín, grande del flamenco contemporaneo. Tutto è scuro: la sabbia vulcanica nera su cui affondano silenziosamente gli zoccoli i quattro meravigliosi cavalli educati al dressage, il palcoscenico vuoto, i costumi, le luci, la sala; la platea è densa di incenso cattolico, ci sono le candele, e poi attacca la lunga serie di mottetti di Tomás Luis de Victoria interpretati in scena dal controtenore Christophe Baska, dal liutista Marc Wolff e dal cornista Adrien Mabire. Qui è una liturgia sacra e dissacrante, di uomini e cavalli. Di gorgiere cinquecentesche, di croci, di abluzioni, di incensieri roteati come bolas dalla sella; qui è scrocchi di flamenco muto nella sabbia o percussivo sugli scranni da Settimana Santa di Siviglia. Ci si flagella, si salgono scale verso croci, si crocifigge l’uomo cavallo con i piedi-zoccoli, e un nano alla Velasquez motteggia pubblico e attori e cantori. Questo è un rito sublime, lento, profumato, morboso, lugubre. Questo è “Golgota” di Bartabas. Soffrite anche voi mentre lo vedete. Il martirio è di tutti. E come talvolta capita, il naufragar nella tortura è dolce, speri che duri, lento.

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