il raga delle tartarughe 4

il reading il raga delle tartarughe torna per la quarta volta domenica 6 luglio 2014, alle 7.30 del mattino, al NON-FREQUENZE FESTIVAL di Radio Banda Larga al Bunker di Torino: all’organetto indiano Alberto Ezzu

parte prima

La donna è ferma nel suo box segreto e cerebrale
in questa folle corsa, mortale ed immortale:
e non c’è scampo, non ripartirà da sola
finché non sarà fuori dalla panne che la desola.

Agosto: in una città vuota, deserta d’affetti piú che di persone
una pioggerellina fredda, che gela anche di fuori
iberna amori non finiti, sfiniti, riconvertiti in infiniti
lunghi di una longevità che ha per secondi i mesi
(cosí viviamo adesso il primo dei minuti, eterno, senza pesi).

Io ho tutto, dalla vita, pare,
per questo son sedotto dal tuo niente, Guido
e tu, che invece, pare, non hai niente
ingordo guardi il mio vorace tutto.
(Mi scosto dal balcone, per prudenza
perché potrei buttarmi oltre ogni apparenza.)

Le donne, chiuse dentro gusci d’attesa, di paura,
sono anfibie nuotatrici tra fondali di emozioni
e rive secche in cui rigettano, stremanti, situazioni;
le tartarughe s’immolano al menu del produttivo
sublimano, si dice, le loro storie in un bon bon di Storia.

E tu, tu sei stupenda, brutta stronza
e t’amo e t’odio in catulliana sbronza:
anzi, mi sei già quasi indifferente
di te non me ne frega proprio niente.

Sapevo gli imbarazzanti tramonti…
Ma dopo, ecco, mi rincorri e dici che «allora come faccio
che non mi hai neanche consigliata come fare
e che io ho solo questo mio problema di lealtà
e che io non vorrei… »: mia principessa delle ellissi!
Sono seduto nel teatrino, stancamente
e tu racconti buffa di Zia Chiocciolina
che ti faceva le carte e non ha capito niente
delle tue solitarie ore marine
(delle paure: le bisce, i pesci alati mostruosi pescati quasi a riva):
la tua grazia ora è di nuovo tutta nel suo guscio
lenta, incerta, forte e ritratta, schiva:
ed io non ho la forza di tirarla fuori, ancora
e ti carezzo il guscio dolcemente, senza astuzia, ora.

Io, che sono io, Io, mio Dio!
solo dentro la Stanza del Monaco Sensuale
sono fatto (e disfatto) per capire troppo
cosí non so se preferisco distruggerti o adorarti.

La foto che mi specchia fotografa la faccia che lo specchio mi rispecchia
un paffuto straniato dal dolente sguardo, sempre altrove.
Nuotando tra volute di una Maryland straniera (un altro dove…)
o in rare estatiche dromoscopie con l’autoradio medium di sedute spiritate
rigodo l’ossessione minimale ed ostinata
la delusione, perché sorella Adrenalina non riesce a farmi nuovo.
Non odio neanche piú quasi, ormai
soffro di un male instabile e incurabile
vergogna che non posso confidare neanche al mio jedi
che non mi sta a sentire, e sogna di un Negozio delle Idee
di un censimento delle Frustrazioni e delle Vittime
in cui, ma certo, anch’io riavrò un mio ruolo.
(Perché per me, guarire, sarebbe far lo struzzo, sparire, dileguare
togliendo dalla faccia della terra il me che ho la condanna di abitare).

Ed eri molto bella, ieri. Ed io molto braccato.
Ma tu, per me, non rischi un accidente
e quando non sei pronta a dirmi “sempre”
è come mi dicessi “con te mai”.

Le tartarughe, erotiche, mi guardano
vogliono l’opera d’arte, stanchi refrain, foga:
nei sogni, gelide, eccitanti, sognano da me nozze e bambini…
nei sogni: banditi mi sequestrano come scudo umano…
zingari sulla strada mi riempiono di botte…
mostri per sbranarmi attendono la notte …

Se ci eravamo presi, ti sto quasi lasciando.
Se non ci siamo presi, invece
fai tu qualcosa, adesso, e prendimi da me!
(Ma lei mi invita: «Presto, mi sa che morirò».)

parte seconda

Cosí ho provato tutto: amore e depressione
tradimento carriera disimpegno seduzione
gioia coniugale trip paterno fede protestante
maledettismo controllato ed elegante…
Cosí mi mancano soltanto:
il grande viaggio solitario (senza direzione)
l’annientamento anonimo e barbone.
Cosí se mi ammazzassi potrei trovare, postuma, una culla
nell’ultima caduta nella polvere del nulla, nel nullo nullissimo mio nulla.

Io,
solo dentro la Stanza del Monaco Sensuale
sono fatto (e disfatto) per capire troppo.

Guido a Zacinto nuotava tra carette predatrici nell’acqua di Marathonisi

e pensandomi in mezzo alle sue crisi mi ha portato in un vasetto da cucina
una spina d’agave (artiglio di una che straziò Foscolo bambina?).

(Ma lei mi invita: «Presto, mi sa che morirò».)

Fosco, preparo per la cena brodo di tartarughe all’ermafrodita;
nei gusci vuoti tiro con le dita le corde di una lira ermetica, crittata.

Io ho tutto, dalla vita, pare.

(Cosí viviamo adesso il primo dei minuti, eterno, senza pesi).

Io ho tutto, dalla vita, pare.
(Mi scosto dal balcone, per prudenza
perché potrei buttarmi oltre ogni apparenza.)
Io, che solo dentro
sono fatto (e disfatto).

Rigodo l’ossessione minimale ed ostinata
la delusione, perché sorella Adrenalina non riesce a farmi nuovo.

(Perché per me, guarire, sarebbe far lo struzzo, sparire, dileguare
togliendo dalla faccia della terra il me che ho la condanna di abitare).

Nei sogni: banditi mi sequestrano come scudo umano…
zingari sulla strada mi riempiono di botte…
mostri per sbranarmi attendono la notte …

(Ma lei mi invita: «Presto, mi sa che morirò».)

parte terza

Cosí se mi ammazzassi potrei trovare, postuma, una culla
nell’ultima caduta nella polvere del nulla, nel nullo nullissimo mio nulla.

Io,
nell’ultima caduta nella polvere del nulla, nel nullo nullissimo mio nulla.
Io che ho tutto, dalla vita, io, minuscolo mio Io.

(un altro dove…) (un altro dove…) (dove?)
(sparire, dileguare)
(presto, mi sa che morirò)
o annientamento anonimo
nel nullo nullissimo, infine nostro nulla.

 © Daniele Martino 2014 – proprietà letteraria riservata

il raga delle tartarughe 4
non-frequenze festival di Radio Banda Larga @ Bunker
Torino, alba (più o meno) del 6 luglio 2014
con Daniele Martino e Alberto Ezzu
foto Guido Mittiga

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