«E cambiare questo non si può»

«Il mio amore si fa sempre più appassionato ed egoistico, e il suo non fa che spegnersi, ecco perché ci dividiamo – ella seguitò a pensare. – E non vi si può rimediare. Io ho tutto in lui solo, e pretendo che egli mi si dia sempre di più. E lui sempre di più vuole allontanarsi da me. Noi, prima di giungere al nostro legame, ci siamo proprio andati incontro, così ora ci dividiamo andando irresistibilmente verso parti opposte. E cambiare questo non si può. Lui mi ha detto che sono insensatamente gelosa e io stessa mi sono detta che sono insensatamente gelosa; ma non è vero. Non sono gelosa, sono scontenta, invece. Ma… – aprì la bocca e cambiò posto nel carrozzino per l’agitazione suscitata in lei dal pensiero che le era venuto a un tratto. – S’io potessi essere qualcos’altro, invece dell’amante che ama appassionatamente le sole sue carezze; ma io non posso e non voglio essere null’altro. E con questo desiderio io suscito in lui la repulsione, e lui in me il rancore, e non può essere altrimenti. Non so io, forse, che egli non si metterebbe a ingannarmi, che non ha intenzioni circa la Sorokina, che non è innamorato di Kitty, che non mi tradirà? Tutto questo lo so, ma per questo non sto meglio. Se lui, senza amarmi, sarà buono, tenero con me per dovere, e non ci sarà quello che io voglio, questo è mille volte peggiore anche dell’odio! Questo è l’inferno! Ed è proprio così. Lui non mi ama già più da tempo. E dove finisce l’amore, comincia l’odio… Queste strade non le conosco per nulla. Vi sono delle montagnole, e poi sempre case, case… E in queste case sempre uomini, uomini… Quanti ce ne sono, e sono senza fine e tutti si odiano a vicenda. Ebbene, ammettiamo che io trovi quello che voglio per essere felice. Ecco. Ottengo il divorzio, Aleksej Aleksandrovic mi dà Sereza, e io sposo Vronskij».

Ricordatasi di Aleksej Aleksandrovic, immediatamente, con una straordinaria chiarezza, se lo raffigurò davanti a sé come vivo, con i suoi occhi mansueti, senza vita, spenti, le vene turchine sulle mani bianche, le intonazioni di voce e lo scricchiolio delle dita e, ricordatasi di quel sentimento che c’era stato fra di loro e che pure s’era chiamato amore, rabbrividì di repulsione.

«Allora dunque, otterrò il divorzio e sarò moglie di Vronskij. Ebbene, Kitty smetterà di guardarmi come mi guardava oggi? No. E Sereza smetterà di chiedere e di pensare ai miei due mariti? E fra me e Vronskij che sentimento nuovo inventerò mai? È possibile, non pure una qualche felicità, ma la fine del tormento? No e no! – ella si rispose adesso, senza la più piccola esitazione. – È impossibile! Noi siamo separati dalla vita, e io faccio la sua infelicità, lui la mia, e non si può rifare né lui, né me. Tutti i tentativi sono stati fatti, la vite s’è spanata… Già, una mendicante con un bambino. Pensa che si provi pena di lei. Non siamo forse tutti gettati nel mondo per odiarci a vicenda, e poi tormentare noi stessi e gli altri? Passano degli studenti di ginnasio, ridono. Sereza? – si ricordò. – Anch’io pensavo di volergli bene, e mi commovevo dinanzi alla mia tenerezza. E ho vissuto senza di lui, e l’ho scambiato con un altro amore, e non mi sono lamentata di questo baratto finché mi sono contentata di quest’altro amore».

E ricordò con repulsione quello che chiamava “quest’amore”. E la lucidità con cui ora vedeva la propria vita e quella di tutte le persone la rallegrava.

«Così siamo e io, e Petr, e il cocchiere Fedor, e quel mercante, e tutte quelle persone che vivono là lungo la Volga, dove quegli avvisi invitano ad andare, e dappertutto e sempre» ella pensava, mentre si era avvicinata alla costruzione bassa della ferrovia di Niznij-Novgorod e le erano corsi incontro i facchini.

Lev Tolstoj, Anna Karenina

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