«Era il dolore causato dal fantasticare»

Era convinta che l’amore dovesse arrivare di colpo, accompagnato da luci e fragori, simile a un uragano celeste che piomba sulla vita, la sconvolge, travolgendo la volontà come foglie secche, e trascina ogni sentimento nell’abisso. Non sapeva che la pioggia a goccia a goccia crea laghetti sulle terrazze delle case, quando le grondaie sono otturate, e avrebbe continuato a credersi al sicuro se d’improvviso non avesse scoperto una falla nelle sue difese.

A questo punto gli appetiti della carne, la bramosia della ricchezza e le malinconie della passione, si confondevano in un’unica sofferenza; la sua mente, invece di distogliersi da questi pensieri, vi si soffermava sempre più, eccitandosi al dolore e cercandone dappertutto le occasioni. Bastavano, per mandarla in collera, una vivanda mal riuscita, una porta socchiusa, il desiderio non realizzabile di possedere un velluto; soffriva per la mancata felicità. Perché i suoi sogni erano troppo alti e la sua casa troppo angusta.

L’indomani fu per Emma una giornata tristissima. Tutto le sembrava avvolto da una nera atmosfera che galleggiasse confusamente sulla superficie delle cose e il dolore si ingolfava nella sua anima con fiochi ululati come fa il vento d’inverno in un castello abbandonato. Era il dolore causato dal fantasticare su qualcosa che sapeva di sicuro non sarebbe più tornato, dalla stanchezza che prende di fronte al fatto compiuto, quello stesso dolore che si può provare all’interruzione di ogni moto abituale, al brusco arresto di una vibrazione prolungata.

Gustave Flaubert, Madame Bovary

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