«Era una bambola senza vita»

Egli viveva solo per Olimpia, presso la quale ogni giorno per ore intere sedeva, fantasticando del suo amore, dell’ardente e viva simpatia dell’affinità elettiva, tutte cose che Olimpia ascoltava con grande devozione. Dal fondo di una scrivania Nataniele tirò fuori tutto quello che aveva scritto. Poesie, fantasie, visioni, romanzi, racconti, a cui bisogna aggiungere sonetti quotidianamente improvvisati, stanze e canzoni che egli per ore e ore leggeva a Olimpia senza stancarsi.
E veramente non aveva mai avuto una simile ascoltatrice. Essa non ricamava, non faceva la calza, non guardava dalla finestra non dava da mangiare all’uccellino, non giocava con il cagnolino in grembo, non aveva il suo gatto preferito, non rigirava nelle mani pezzetti di carta o altro, non doveva scacciare lo sbadiglio con una tossettina appena forzata, in breve, per lunghe ore rimaneva rigida con gli sguardi fissi negli occhi dell’amato, senza voltarsi, senza muoversi, e quello sguardo diventava sempre più vivo, sempre più ardente. Solo quando alla fine Nataniele si alzava e le baciava la mano e anche le labbra essa diceva: “Ah! Ah!” o anche “Buona notte, mio caro”. “Anima splendida e profonda” esclamava Nataniele, quando era nella sua camera “solo tu, solo tu mi comprendi veramente.” Egli tremava rapito, quando pensava a quella meravigliosa armonia che ogni giorno di più si manifestava tra la sua anima e quella di Olimpia, perché gli sembrava che Olimpia avesse parlato dal profondo dell’animo di lui su quelle opere, sulle sue facoltà poetiche, anzi che la voce stessa fosse uscita dal proprio cuore. E doveva certo essere così; giacché Olimpia non diceva mai più di quello che ho riferito. Se poi Nataniele in certi momenti lucidi, per esempio alla mattina, subito dopo la sveglia, si ricordava della assoluta passività di Olimpia e della sua taciturnità, allora esclamava: “Che cosa sono mai le parole? Lo sguardo dei suoi occhi divini dice molto più di ogni discorso. Può forse una creatura del cielo depositarsi entro la cerchia ristretta che i quotidiani bisogni terreni hanno tracciato?”.

Il professor Spallanzani sembrò oltremodo felice dei rapporti di sua figlia con Nataniele, al quale del resto dava molte prove di benevolenza, e quando Nataniele, alla fine, trovò il coraggio di alludere a un possibile matrimonio, il viso gli si illuminò e disse che lasciava pienamente libera sua figlia di scegliere. Incoraggiato da queste parole, ardente di desiderio, Nataniele decise di implorare già il giorno seguente Olimpia, perché francamente e chiaramente essa gli dicesse ciò che già da lungo tempo il suo sguardo amoroso aveva detto, che essa cioè desiderava essere sua per sempre. Cercò l’anello donatogli dalla madre al momento del commiato, per donarlo a Olimpia, quale simbolo della sua devozione, della propria vita rigermogliata in lei. Gli capitarono fra le mani le lettere di Clara e di Lotario: indifferentemente le mise da parte, trovò l’anello, se lo mise in tasca e corse da Olimpia.

Ma già sulle scale, dal vestibolo, udì uno strano fracasso; pareva che venisse dallo studio di Spallanzani. Un pestare… un urtare… un tintinnare… colpi contro la porta e bestemmie e maledizioni. “Lascia andare… lascia andare… infame… maledetto… per questo ci avevo messo anima e corpo!… ah, ah, ah, ah… non avevamo scommesso così… io, io ho fatto gli occhi… io l’orologeria… al diavolo con la tua orologeria… maledetto cane d’un orologiaio… via da me… Satana… ferma… maledetto burattinaio… bestia infernale… ferma… via… lascia andare!” Erano le voci di Spallanzani e dell’odioso Coppelius che si intrecciavano furibonde. Nataniele si precipitò dentro, preso da un’indicibile angoscia. Il professore aveva afferrato per le spalle una figura femminile, l’italiano Coppola per i piedi e la tiravano e la stiracchiavano qua e là lottando furiosamente per il possesso. Come vi riconobbe Olimpia, Nataniele diede un balzo all’indietro; avvampando di collera fece per strappare la donna amata a quei due pazzi, ma in quel momento Coppola con tutte le sue forze strappò la figura femminile dalle mani del professore e con essa gli menò un colpo tremendo facendolo barcollare e cadere all’indietro sul tavolo, dove stavano fiale, storte, bottiglie e tubi di vetro: tutto questo materiale andò in frantumi. Coppola caricò la figura sulle spalle e corse via, giù, per le scale con una risata orribile, mentre i piedi penzolanti della figura sbatacchiavano e rintronavano sui gradini della scala con rumore di legno.
Nataniele rimase impietrito… aveva visto troppo bene che il volto di cera di Olimpia, pallido come la morte, non aveva occhi: al loro posto caverne buie. Era una bambola senza vita. Spallanzani si dimenava per terra, schegge di vetro gli avevano tagliuzzato il capo, il petto e le braccia e il sangue gli scorreva fuori come da una polla d’acqua. Ma raccolte tutte le sue forze gridò: “Corrigli dietro… corrigli dietro cosa aspetti?… Coppelius… Coppelius mi ha rubato il mio miglior automa… ci ho lavorato vent’anni… ci ho messo anima e corpo… l’orologeria… la parola… i passi… mio, tutto mio… gli occhi… gli occhi rubati a te… dannato… maledetto, corrigli dietro… va’ a prendergli Olimpia… prenditi i tuoi occhi”.
E Nataniele vide un paio di occhi sanguinanti sul pavimento che lo fissavano.

E.T.A. Hoffmann, L’uomo della sabbia

Jacques Offenbach, Les contes d’Hoffmann:

Les oiseaux dans la charmille
dans les cieux l’astre du jour
tout parle à la jeune fille
tout parle à la jeune fille d’amour
tout parle d’amour

Voilà la chanson gentille
la chanson d’Olympia
d’Olympia

Voilà la chanson gentille
la chanson d’Olympia
d’Olympia

Tout ce qui chante résonne
et soupir tour à tour
émeut son coeur qui frissonne
qui frissonne
émeut son coeur qui frissonne
qui frissonne d’amour
frissonne d’amour

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