baci, amore

Il 15 maggio Jacopo scrive nel suo diario: «Dopo quel bacio io son fatto divino». Il giorno precedente il giovane e irruente personaggio di Foscolo ha baciato Teresa, le sue mani, poi la bocca, in un crescere di palpitazioni e sospiri suoi e della stessa ragazza: «Le sue labbra umide, socchiuse, mormoravano sulle mie…». Correva l’anno 1802, data della prima pubblicazione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Centocinquantasette anni dopo è invece lei, Zucchero Kowalczyk, a baciare lui, Joe, a scopo curativo. Dice Marylin chinandosi su un occhialuto Tony Curtis, che finge di essere refrattario a ogni bacio, nonché erede della compagnia petrolifera Shell: «Non sarò il dottor Freud o una di quelle cameriere parigine, ma mi farebbe provare un’altra volta?». La sublime pagina del Foscolo e la prosaica, ma divertentissima commedia di Billy Wilder, A qualcuno piace caldo, qualcosa in comune ce l’hanno: il bacio. Ma nel frattempo tutto si è rovesciato. Tra il romanticismo del nostro scrittore e patriota e il postmodernismo del regista viennese, assoldato da Hollywood, è passata molta acqua sotto i ponti, per quanto tutto, almeno nel bacio, sembra rimasto uguale.

Che cos’è in definitiva un bacio? L’aderire bocca a bocca di due individui o il premere le labbra su qualche altra parte del corpo di un altro (o su un oggetto). Così sintetizza una biologa e giornalista scientifica, Sheril Kirshenbaum, in La scienza del bacio (Cortina Editore), dove ci ricorda che per Darwin il bacio è sostituito in altre parti del mondo dallo strofinamento dei nasi, un’ipotesi sostenuta in L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872). La seducente Zucchero – nome programmatico –, o il suo regista, che vantava di aver frequentato a Vienna dal padre della psicoanalisti, doveva probabilmente sapere che per Freud il bacio è un sintomo della deprivazione del seno. Desmond Morris, zoologo, autore di Il comportamento intimo (Mondadori), è di avviso contrario: baciando si rivivono esperienze infantili positive. Per capire il bacio, e la sua origine, secondo Morris bisogna far girare indietro le lancette dell’orologio e tornare a epoche ancestrali. Così sarebbero almeno tre o quattro i tipi di baci, dalla bocca – affettivo e sessuale – a quello delle mani, del seno, del ginocchio, e persino il bacio dell’oggetto inanimato, come quello dato ai dadi lanciati da un giocatore in un casinò di Las Vegas. Gli antichi romani non a caso avevano tre termini per distinguere questo gesto: Osculum, bacio sociale, amichevole o di rispetto; Basium, tra famigliari ma anche a volte erotico; Savium, sessuale o erotico. Ma da dove deriva il bacio? Secondo alcuni studiosi è l’estensione della premasticazione, praticata per millenni dalle madri verso i bambini (solo nel 1927 comparvero le prime confezioni di purè per bambini, i proto omogeneizzati); ma c’è anche il bacio affettuoso della nutrice verso il neonato: guancia contro guancia.

Un filosofo e regista teatrale, Franco Ricordi nella sua recente Filosofia del bacio (Mimesis) prende in considerazione un particolare tipo di bacio, il bacio in bocca, detto anche “bacio alla francese”, che secondo Kirshenbaum gli americani hanno imparato a conoscere solo dopo la prima guerra mondiale (ecco le cameriere parigine evocate da Marylin). Ricordi stabilisce tre periodi nella storia del bacio: l’epoca tragica, che è quella dell’antichità; l’epoca teologica, quella cristiana; e l’epoca economica, l’attuale.

Secondo il filosofo, nella prima età il bacio era la porta dell’Amore, un gesto legato al sacro, all’innocenza dell’essere; nella seconda invece trionfa l’interdetto cristiano con l’accento posto sugli atti impuri; nell’ultima, l’età postmoderna, il bacio in bocca ha esaurito la sua valenza estetica ed etica ed è diventato un elemento consueto, un linguaggio acquisito, «una sorta di esperanto aperto a tutti gli uomini e le donne del mondo». Capita che, volendo parlare di bacio e sessualità, nei libri si citi spesso Pretty Woman, interpretato da Julia Roberts; lo fa anche Franco Ricordi: una prostituta da alto bordo, una escort, fa sesso con il suo bellissimo cliente, Richard Gere, ma gli nega il bacio in bocca.

Una conferma che amore e bacio sono legati, e il sesso no? Quale sarà allora il futuro del bacio? Se, come sembra seguendo etologi e biologi, sia proprio il bacio – emblema di San Valentino – a indicare ai partner la possibilità positiva di una successiva relazione stabile («il bacio come firma di un uomo», diceva Mae West), cosa succederà in un mondo in cui tutto sembra avvenire in modo virtuale? Rinunceremo a questo strumento di valutazione (odore, sapore, sensibilità, attrazione, ecc.)? Ma è davvero così necessario? L’antropologo Donald Marshall studiando gli abitanti delle Isole Cook scoprì che non conoscevano il bacio in bocca prima dell’arrivo degli europei, e tuttavia avevano una media di ventuno orgasmi a testa la settimana: mille orgasmi l’anno senza neppure un bacio. È forse quello che ci aspetta?

Marco Belpoliti, “Il bacio, la porta della vita. San Valentino” (“la Stampa” 14 febbraio 2013)