le Idi di marzo

di notte lungo il fiume spaccio Tenerezza
fendo corpi sorridenti nella danza
la tengo in bocca, palline con dentro roba fina:
un po’ ne prende, ci facciamo insieme
e andando incontro all’alba qualcuno mi aspettava
e mi ha picchiato e derubato d’oro

di giorno è «scusa quella roba è veramente buona
ma troppo forte non la reggo non adesso scusa
mi sto cercando, non ho spazio, non sento di provare»

oggi la Fatina, scovata dal suo Fato
dal suo Cielo ormai dimenticato
si è precipitata e si è decapitata:
questa volta la lascio agonizzare
con le manine raccolte sopra il petto
e il suo sorriso da ballerina finta e amara
che ha abbandonato la sua danza per starsene con sé

chiuso nel mio sdegno
lascio sul comodino il cibo
che mi danno per dovere
dopo avermi tolto la presenza dell’amore
scheletrico, penso che morire è meno male…
sento lontano una madre che mi parla…
prendono il volo corvi di ricordi in una primavera fredda

© Daniele Martino 2012 – proprietà letteraria riservata