Sentimenti alla lettera. L’amore sconfitto di Dylan Thomas

Dylan Thomas era un gallese: ricciolino, con la faccia da bambino, e il nasone. Era mingherlino, ma la sua sistematica dedizione al bere (due-tre pinte di birra non troppo ghiacciata laddove poteva, ogni sera, oppure vino, se non si trovava la bevanda nazionale) lo ridusse presto con una pancia enorme, il naso rosso, il respiro ansimante. Morì nel novembre del 1953, al Chelsea Hotel di New York, dopo qualche giorno di coma, e ora è sepolto nella sua amata Laugharne (pronuncia larn), sulla costa del Galles, l’unico posto dove amava tornare, dove vivevano la combattiva moglie di sangue franco-irlandese Caitlin MacNamara e i suoi tre figli, in miseria periodica, interrotta dai rari assegni spesso scoperti, di modesto importo, che il poeta spediva dalle sue periodiche tournée come sceneggiatore di documentari bellici o conduttore radiofonico da Londra, o poeta-conferenziere di successo nelle università americane.
La poesia di Dylan Thomas è quel che ci interessa, oggi: perché dovremmo cercare nelle sue lettere, nelle sue selezionate Lettere d’amore che Massimo Bacigalupo traduce oggi per Guanda qualcosa che semplifichi la sua difficile poesia? Leggetelo, e soffrirete; poca poesia è così scarna, scolpita nella desertificazione della speranza, parola scabra, “refrattaria” all’Ungaretti, rimpolpata di allucinazioni di morte, carnosa putrefazione “romantica”, ossessioni cadaveriche e pioggia marcia come nei film del nostro contemporaneo giapponese Hideo Nakata (Ringu, Dark Water…), disperazione totale squarciata soltanto da grida di erotismo animale, totale e dunque perfettamente felice, o da visione naturali così oggettive da farti pensare che la natura se le sia scritte da sé. Una poesia che è spaventosamente difficile tradurre, nonostante le imprese di Ariodante Marianni per Einaudi, e di Bacigalupo ora (per la rivista “Poesia” dello scorso numero di gennaio):

Troppo tardi nell’ingiusta pioggia
si riuniscono quelli che amore divise:
piovono le finestre nei loro cuori
e bruciano le porte nei loro cervelli.

Dylan Thomas era un uomo infedele. Le sue lettere sono pinte tracimanti di “ti amo amo amo” di “perdonami perdonami” di “non vedo l’ora di essere ancora lì vicino a te a carezzarti i seni e il ventre”, ma c’è un problema: i suoi tracimanti proclami d’amore sono per la moglie Caitlin, ma anche per l’amica Wyn, l’amica Emily, l’amica Pearl, e infine l’amica Elizabeth Reitell, che conobbe durante il soggiorno americano che gli portò la morte, nella primavera del 1953. Fu lei l’ultima donna nelle cui braccia il poeta Dylan Thomas pianse la sua filosofica deriva (“Concordo con Buddha che l’essenza della vita è malvagia. A parte non nascere mai, il meglio è morire giovani. Concordo con Schopenhauer – la cui polvere filosofica si rigirerebbe dal piacere per la mia approvazione – che la vita non ha ordine e scopo ma che una vena contorta di malvagità, come un veleno nel bicchiere dell’ubriaco, serpeggia dal fondo del pozzo fino in cima al mondo avvelenato dalla cicuta. O forse potrei non concordare. Ci sono delle cose migliori di altre. Le formichine scarlatte che strisciano dai loro buchini nella roccia sulla mia mano indaffarata. Le forme delle rocce, scolpite nel caos da un mare alticcio…”). Thomas attraversò la Seconda Guerra Mondiale con un fastidio equivalente ai creditori che lo inseguivano; scrisse un documentario (1951) per una compagnia petrolifera inglese in Iran raccontando con inorridita precisione atroci povertà e spaventosi dolori che rimbalzavano sul guscio del suo sguardo differente e indifferente, come quello di un reporter dall’Iraq di oggi o dal Ruanda di dieci anni fa:

Nel reparto pediatrico ho visto file e file di bambini persiani sofferenti di denutrizione: i loro occhi erano enormi, vedevano tutto e niente, le loro pance gonfie, le braccia come fiammiferi con appesa della pelle blu raggrinzita. Uno di loro stava piangendo, solo uno. Ho chiesto perché all’infermiera inglese. “Poverino – ha detto – la madre andava tutti i giorni a mendicare per strada e lui era troppo indebolito dalla fame per accompagnarla e lei troppo debole per portarlo in braccio con sé. Così l’ha lasciato solo nella sua catapecchia. Questa aveva un buco scavato in terra dove c’era sempre del fuoco, o brace ardente, per cuocere. Il bambino è caduto nel fuoco ed è rimasto lì tutto il giorno bruciando finché la madre è tornata al tramonto. Sta riprendendosi, ma ha perso un braccio e tutte le dita dei piedi.
Dopo, ho pranzato con un uomo che possiede trenta milioni di sterline, ricavate dagli affitti dei contadini in tutto l’Iran e da mille affari loschi. Un uomo affabile e colto.

Qual è la responsabilità di un poeta, di fronte a un Pinocchio vivente? Forse semplicemente dire, ovvero trovare la forza di ordinare parole che raccontino la pioggia battente della sofferenza. Thomas avvicina quel bambino con l’occhio vitreo di un osservatore scientifico uso a narrare l’orribile che egli conosce nel suo ordinario vivere tra Londra, spiagge gallesi e stordenti metropoli americane, che cauterizza ustionandosi con i tre litri di birra quotidiani che lo ammazzeranno a 39 anni. Come quel bimbo iraniano incapace di sostenere senza affetto una condizione di vita disumana (ovvero possibilmente umana), il puffo ubriacone, bugiardo, adorante e infedele, padre fuggitivo e figlio di tutte le donne che se le portavano a letto per proteggerlo con un maternità spogliata in sesso, Dylan Thomas cercò il modo per sgravarsi dal peso della sconfitta programmata, risalendo sospirante ogni volta verso l’utero della donna che lo abbracciava:

Dai sospiri nasce qualcosa,
non dal dolore, questo l’ho annientato
prima della disperazione; lo spirito matura,
scorda, e piange;
nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
non tutto poteva deludere;
c’è, grazie a Dio, qualche certezza:
che non è amore se non si ama bene,
e questo è vero dopo perpetua sconfitta.

Dylan Thomas, Lettere d’amore; a cura di Massimo Bacigalupo. Milano, Guanda 2004, 156 pp., ¤ 12,50

diario, 20 luglio 2007

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