Rochester, o del piacere di distruggersi. Le satire del libertino secentesco interpretato al cinema da Johnny Depp

Carlo II, re d’Inghilterra nei decenni centrali del Seicento, era uno che non si tirava indietro. Amava i piaceri della carne, vi si inzuppava smisuratamente, al punto da spargere per il Regno una quindicina di figli illegittimi, che qualche rogna procurarono alla successione al trono. Dicono che egli avesse chiesto soccorso al suo medico: cosa si poteva fare per arginare la proliferazione dei Carletti? Allora, pare che il geniale dottore avesse proposto a Sua Maestà (memore di precedenti romani?) una guaina da apporre sul pene regale, ricavandola dall’intestino di un pecora: il dottor Condom, così si chiamava quel medico creativo, divenne così celebre per aver tolto al buon Dio anglicano molte indesiderate creature.
In quella corte filosoficamente libertina, financo sboccata, debosciata e infine sfasciata dalle sifilidi, brillava un uomo di ingegno straordinario, uno strategico vizioso nel secolo in cui nacquero i letterari Don Giovanni: si chiamava John Wilmot, e passò la sua vita negli alti e bassi dei suoi eccessi di penna oltre che di pene e di quartieri: ora il Re lo teneva accanto a sé (molto accanto a sé, pare, a volte, vicinissimo a sé tra le lenzuola di orge promiscue) ora lo cacciava dal Regno perché lo spirito cinico e autodistruttivo del veritiero poeta diffondeva satire autografe di feroce sincerità sul versante privato del regno di Carlo II («Abbiamo un re pieno di spirito | della cui parola nessuno si fida: | non ha mai detto una cosa sciocca | né mai ne ha fatta una saggia».
La “collana bianca” di poesia Einaudi aveva pubblicato nel 1968, in una scelta abbastanza pudica a cura di Masolino D’Amico, una scelta di Poesie e satire di Wilmot: ora la collezione viene rieditata perché un attore e produttore di cinema esperto di sordidi marciumi spettacolari, John Malcovich, prima ha portato in scena a teatro la commedia che Stephen Jeffreys ha dedicato al conte di Rochester interpretando Wilmot, poi ha voluto andare al cinema a fine 2005 con The Libertine, cedendo allo straordinario Johnny Depp la parte del poeta puttaniere prendendo per sé il ruolo di re Carlo: regia di Laurence Dunmore per un film (passato nelle sale italiane in febbraio e da giugno in dvd) bello, dipinto di una fotografia scura e imbarocchita, reale e sporco come la Londra che dipingerà di lì a poco Defoe
Pallido, dalle mani bellissime, acre, carnale, barbaro, raffinato protettore del teatro e dell’attrice Elizabeth Barry, scrittore satirico oraziano ammirato il secolo seguente da Pope e Voltaire, Wilmot morì nel 1680 trentatreenne, marcio di sifilide (terribile Depp sullo schermo!), convertendosi in extremis alla Bibbia dei cristiani, in particolare identificandosi con le sofferenze del profeta Isaia. «I have some pleasure in my pain», scrisse lui che amò, disprezzandole, le donne, e che dal loro corpo si fece uccidere: «Conoscere chiaramente distrugge ogni mistero».

Poesie e satire
di John Wilmot conte di Rochester
a cura di Masolino D’Amico
Einaudi 1968 (riedizione 2005)
Pagine 246 – 12,50 euro

diario, 13 ottobre 2006

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