Natura morta con fantasmi alla corte di Greenaway

C’è nebbia, nebbia e fumo. Un silenzio strano e totale, come nel reale non ricordo. Ombre si muovono felpate, caute, veloci, candele bruciano, pallidi specchi vecchi, deformi imprecisi riflettono lame di luce. Cesti pieni di timo, di rosmarino, di altre erbe aromatiche. Verdure colorate. Niente odore. Sullo sfondo arde un camino di braci senza calore, rossastre, mentre donne in abiti tardo secenteschi/ settecenteschi agitano panni, lavandaie. Prosciutti appesi, dappertutto (sono di Parma, vanno restituiti integri, e presto, o la produzione si dovrà svenare per rifondere i danni ai generosi prestatori). I tavolacci di legno sono pieni di pezzi di cadavere, squartati, macellati, rosseggianti del pallore della precoce decomposizione del frollato: agnelli con la testa e le zampe mozzate, fagiani, capponi, e sopra di loro sei mani che si muovono rapide, precise, come una squadra affiatata. Il cuoco è un tipo grosso, ma non rozzo: feroce, ma non grossolano, dirige una truppa vasta di aiuti e di femminei svogliati distratti sguatteri-bambini, che nelle retrovie rimestano salse, pestano aromi, terrorizzati dal capo come impiegati di una qualsiasi azienda contemporanea. Ammirati e sbalorditi come gli apprendisti di un qualsiasi grande artista di una bottega del Seicento, o come gli aiuto-registi, operatori, direttori della fotografia, costumisti, scenografi bilingui di una produzione cinematografica contemporanea, dodici ore al giorno per dieci giorni a creare un film con un grande regista.
Scavalco cavi, schivo ombre: «Buongiorno – mi fa un giovane brillante che sembra uscito da un film di Rubini o Soldini – io sono Duccio Fabbri, aiuto regista, lei che ci fa qui? Il Maestro non vuole estranei sul set»; salve, sono un raccomandato! Giornalista nella vita, e amico del produttore Mimmo De Gaetano, e mio figlio dovrebbe essere una di quelle comparse, ma non lo trovo… Torno nel buio, poi davanti mi trovo una cosa alta, con dei riccioli efebici, arcadici, uno scialletto sulle spalle, ai piedi degli zoccoloni enormi, e calzamaglia, gronda sudore: «Padre, sono io, tuo figlio!». Ecco l’ironia di un ragazzo di diciotto anni dentro questa vasta natura morta animata di fantasmi! Ecco lo sguattero del grande Tomaso Foco, cuoco della Reggia della Venaria Reale, dei Duchi e poi Re di Savoia: gli è toccata la parte del «garzone troppo pigro» che Foco dovrà schiaffeggiare, ma in fondo se lo merita, perché è appena stato promosso con sei crediti e due debiti, e lui sa che il suo problema è essere pigro e nottambulo, ha cominciato la carriera di deejay minimal techno.
Per la prima volta calco il caotico parterre di un set cinematografico. Sono in uno dei tre teatri di posa della Lumiq, a Torino, che se mi fa essere qui con naturalezza, vuol dire che è vero che è ormai la seconda città di cinema in questo Paese, dopo Roma. Vent’anni fa, qui si facevano solo gli spot dello studio Testa, o della Fiat: era il massimo che ci si potesse permettere. Ora, invece, spesso e volentieri non puoi parcheggiare la macchina sotto casa perché un cartello dice che lì domani ci dovranno girare una fiction televisiva o un film: i primi tempi da non crederci, poi è diventato normale. Ma Peter Greenaway, il nostro adorato guru del Draughtsman’s Contract che ci rivelò le musiche nevrotiche e neo-Purcell di Nyman! Tutto Greenaway in un colpo solo: cuochi geniali e sanguinari, damine perverse, perfidie aristocratiche, decadenze, disfacimenti visionari, nevrosi minimaliste: «La splendida Reggia de La Venaria Reale ha bisogno di essere popolata per ridare vita all’architettura, agli spazi, alle stanze, ai saloni e ai corridoi. Trambusto e rumore, grida, mormorii, urla, risate, pianti, ordini, comandi, segreti, confessioni, preghiere, canti, musica, lo strepitare degli zoccoli dei cavalli. Servitori e padroni, cuochi e sguatteri, cacciatori, principesse, ambasciatori, cardinali, segretari, bambini e cani. Dobbiamo riportare in vita le persone di 400 anni fa e ridare slancio al genius loci, lo spirito del luogo. Questo è possibile. Con le proiezioni. L’attrezzatura per le proiezioni è oggi molto sofisticata. Possiamo utilizzare il genere di attrezzatura che sta rivoluzionando il cinema con stravaganze post-produzione. La capacità di memoria delle attrezzature è enorme e può essere adattata a qualsiasi angolo e pertugio, boudoir e salone delle feste. E possiamo anche progettare un ampio scenario di eventi proiettati tutto il giorno, tutti i giorni per un periodo prestabilito. In più, le proiezioni possono essere aggiornate, con nuove idee, maggiore sofisticazione e la tecnologia disponibile è tale da permetterci di inserire ad intervalli regolari ulteriori nuove tecnologie a mano a mano che vengono sviluppate, e utilizzare ulteriori aggiunte per creare nuovo software».
Ecco cosa vuol fare Peter Greenaway dal prossimo 21 settembre in questa restaurata meravigliosa Versailles torinese, con la volontà politica della Regione Piemonte, la collaborazione artistica del Castello di Rivoli, e la produzione di Volumina, questa microscopica casa di produzione nata come editore di art book formidabili, venduta via internet in tutto il mondo ai fans di registi come Greenaway, Cronenberg, Egoyan o compositori come Michael Nyman (di cui sta per uscire un libro di fotografie). Con pochi soldi, e una troupe fatta quasi interamente di ventenni selezionati da bandi di progetti-formazione in collaborazione con Mediateca della Città di Torino e Dams dell’Università di Torino, agli ordini del monarca britannico sono ragazzi di 25 anni come Clem Hitchcock, già attivi sulla scena d’arte milanese. Mimmo gira con la sua faccia da bambino sempre sorridente (come una ballerina di danza classica, anche quando è ormai solo un ammasso di stanchezza e di sms e mail e grane da risolvere e domande con le risposte ingolfate): il suo bambino Alessandro è seduto al tavolo del cuoco, e si prende schiacciate in testa le uova di Tomaso Foco nel corso della bellissima tirata didattica, una delle belle, letterarie tirate tutte scritte da Greenaway per questo film in alta definizione che sembra una sterminata successione di nature morte fiamminghe, con la luce pennellata secondo dopo secondo con il direttore della fotografia accanto al tavolo di regia: il baluginare fioco, rossastro sul volto di Giuseppe Battiston (che fa il feroce cuoco attore, mentre il tiranno della cucina vero, di cui Greenaway filma le abili mani che farciscono l’agnello, è il vero chef di haute cuisine Davide Scabin (si assaggia al suo combal.zero di Almese, provincia di Torino), che invece che un ceffone, alla comparsa mia parente rifila solo un gran calcione nel culo perché non gli ha portato lo spago che voleva) viene dipinto da un proiettore che va su e giù su e giù sul mixer:
«Nascondete tutti i coltelli durante un temporale,
attirano i fulmini, salterebbero su e vi taglierebbero la gola!

Ricordate! non si vive:
senza aria per tre minuti,
senza acqua per tre giorni,
senza cibo per tre settimane,
senza amore per tre anni.
Tre più tre più tre più tre fa dodici,
il numero di mesi in ogni anno per il resto della vita.

Siate intraprendenti.
Siate puliti.
Siate affamati – preparerete un impasto più buono in meno tempo»: sembrano istruzioni valide anche per i giovani dei contratti a progetto.
Per questo film Greenaway voleva grandi attori e grandi attrici italiani: la star che ha trovato è Ornella Muti, che sogna di diventare la “madrina” della inaugurazione della Reggia: al trucco, alla prova costumi, conversando con il Maestro, era bella e stupenda Marchesa di Caraglio, mentre Ennio Fantastichini era il di lei consorte, Matteo il precettore Filippo Arduzzi, Martina Stella la figlia del cuoco, Tommaso Ragno il cacciatore, Reno Girone il segretario. E poi centinaia di attori, e comparse, per le 40 Damigelle d’Onore, carni ed ossa a dare vita digitale ai fantasmi dei ritratti di corte, come vuole Greenaway: «La bambina attraversa correndo un corridoio a destra per andare incontro alla sua governante che sta per entrare nella stanza dei bambini, la dama si allontana a sinistra per sedere a tavola e giocare a carte alla luce di una candela a mezzanotte mentre un quartetto di violini suona Pugnani».
In realtà il gruppo Architorti suonerà Stefano Andrea Fioré, un compositore di corte sabauda del primo Settecento, scovato dal compositore Marco Robino e dallo storico Andrea Merlotti (del progetto La Venaria Reale): «Dopo ricerche non facili, abbiamo trovato ne Il falso amore bandito, un balletto svoltosi alla corte sabauda nel 1677. Un periodo che corrisponde, tra l’altro, agli anni d’oro della Reggia di Venaria». Greenaway e Nyman si son litigati, come Bregovic e Kusturica, quindi Greenaway ha voluto un musicista di qui: dura sfidare il vecchio Nyman, ma Robino ha messo un po’ di nevrosi nei suoi archi schiaffeggianti le corde, e cori di damine, e una giusta angoscia di fantasmi, tristi anche nelle loro godurie di palazzo.
Quando Scabin ha finito di farcire l’agnello, lascia il set coi suoi due veri aiutanti: «Che nessuno osi mangiarlo! Ho dovuto versare tanto di quel pepe, ad ogni ciak!» il produttore spartano è dispiaciuto, avrebbe voluto farlo alla brace alla festa di fine riprese… Il garzone va a cambiarsi: «Papà, diventerò vegano come te, tutta quella carne macellata mi ha fatto venir voglia di vomitare». Diamo un passaggio alla sua giovane collega comparsa, una ragazza androgina di 17 anni, un Orlando woolfiano selezionato da una scuola di teatro della città: ha già girato cortometraggi, e oggi era qui, alla Corte di Greenaway, tra fantasmi alla Vermeer; in tutto questo sontuoso teatro di morti vivificati dalla invidiabile disciplina del cinema. A settembre saranno tutti figurine dentro televisori. Ora sapete cosa sono stati.

Peopling the Palaces: il film-installazione per la restaurata Reggia della Venaria Reale, in scena dal 21 settembre 2007

diario, 13 luglio 2007

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