La risibile profezia di un poeta che non credeva al progresso

In una lettera all’inseguita madre del 1° aprile 1861 Charles Baudelaire parla del progetto di un grande libro che sogna da due anni: «Mon coeur mis à nu, in cui ammasserò tutte le mie collere. Ah! se mai dovesse vedere la luce, le Confessioni di J.-J. sembrerebbero scialbe»; un libro, finito dall’autore e dato a un editore, non nacque mai; negli ultimi sette anni di vita l’inventore della modernità scrisse Lo spleen di Parigi, l’ultimo capitolo della sua poesia, pubblicò alla fine del ‘63 sul “Figaro” gli articoli dedicati al pittore Constantin Guys e furiosamente affastellò nei suoi quaderni gli appunti per quelle Confessioni che avrebbero dovuto cancellare Rousseau: gli aforismi di Razzi e di Igiene e la terrificante furia odiosa di Povero Belgio, la nazione che nel ‘64 umiliò lo scrittore francese disertando due sue conferenze e rifiutandogli un editore.
La catastrofe finale della vita e dell’opera di Baudelaire prolifera dopo gli ultimi fuochi poetici, e in schegge di prosa compiute solo per le necessità professionali del giornalismo critico (Il pittore della vita moderna); il degrado finale del suo corpo si manifesta in un’allegoria atroce un giorno di marzo del 1866: nell’imbecille, grossolano, odiato Belgio il dandy in fuga dagli orrori della natura e della società, l’ateo che stima la sapienza dei preti crolla a terra sul sagrato di una chiesa e si rialza con la parola in coma, completamente afasico. Dopo la traduzione in francese del suo unico Dio, Edgar Allan Poe («De Maistre e Edgar Poe mi hanno insegnato a ragionare»), dopo i Fiori del male, dopo l’invenzione sui fogli parigini della critica d’arte, Baudelaire, che non aveva ormai più voglia di dire nulla al mondo borghese e vile che lo circondava, fu in un certo senso miracolato dal male, che completò l’opera un anno dopo, uccidendolo a Parigi.
Da sempre imbarazzato dalla prosa creativa, Baudelaire dopo la timida, impacciata eppure deliziosa primizia della Fanfarlo trovò nel giornalismo letterario la misura intermedia per modulare una prosa elegante, che nel Pittore della vita moderna dà esiti discontinui, più intelligenti nelle parti critiche, più laceranti nelle indignazioni estetiche, nella formulazione progressiva di una estetica del bello da opporre al mondo, perduta la speranza civile di imporre l’arte. L’irosa misoginia di Baudelaire sposa subdolamente e perfidamente i paradisi artificiali della moda, del trucco, dei gioielli, perché se la donna è natura, animale schiacciato sui suoi cinici bisogni materiali, allora il dandy, colui che aristocraticamente lavora la sua vita, non potrà che compiacersi di tutto ciò che travestirà, teatralizzerà e dissimulerà quell’aborrito essere produttore di doloroso amore: «Il dandismo è un sole al tramonto e, come l’astro che declina, è superbo, senza calore e pieno di malinconia. Ma ahimè! la marea montante della democrazia, che invade e livella tutto, annega giorno dopo giorno questi ultimi rappresentanti dell’orgoglio umano e versa flutti di oblio sulle tracce di questi mirmidoni prodigiosi».
Baudelaire, il dandy che odiava i borghesi ma che sulle barricate della rivoluzione del ‘48, eccitato, sperava in un annientamento della società (di ogni società?), non è certo un modello di pensiero politico: traduceva l’aristocrazia estetica in pessimistico aristocraticismo antidemocratico, ma lasciate le arguzie critiche del “Figaro”, nuotando nel mare caotico delle sue annotazioni finali, insieme ai temi grandiosi della sua poesia (la solitudine, lo spleen, l’amore come prostituzione, i gatti come esoterici messaggeri, il fango come materia della vita…) regala pagine che possono ricollocarlo al centro della modernità che si tuffa nel nuovo millennio.
Baudelaire, un giorno, lascia i brevi lampi dei suoi aforistici Razzi, e scrive tre pagine profetiche: «Il mondo ha iniziato la sua fine… Il meccanicismo ci avrà così americanizzati, il progresso avrà così atrofizzato in noi tutta la parte spirituale, che nulla tra le fantasticherie cruente, sacrileghe, o anti-naturali degli utopisti potrà essere paragonato ai suoi risultati positivi…»; condannati al materialismo capitalista oggi noi, ormai americanizzati, viviamo una democrazia fatta di iperinformazione spietata («Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, è soltanto un tessuto di orrori»), di insinuante perversione commerciale, di mistificazione della verità (le persuasioni pubblicitarie) e dei valori (le tautologie del successo); la «rovina universale» che Baudelaire aveva individuato, «lo svilimento dei cuori», è già operativa: «Allora il figlio fuggirà la famiglia, non più a diciott’anni, ma a dodici, emancipato dalla sua ingorda precocità… per fondare un commercio, per arricchirsi, per fare concorrenza al suo infame papà, – fondatore e azionista di un giornale…»; la virtù, prevedeva lo splenetico veggente, farà ridere, e il Borghese non rimpiangerà nulla.
«Tristezza» è l’ultima parola della “risibile profezia” di un poeta che non credeva né al progresso né alla democrazia, né al popolo né ai commercianti, né alla donna («è naturale, vale a dire abominevole») né all’amore (cercato per «orrore della solitudine»), ma che talvolta increspava le labbra fotografate dal suo amico Nadar in una sogghignante freddura (prefreudiana) da scandaloso dandy che si faceva beffe della porca vita: «Chiavare è aspirare di entrare in un altro, mentre l’artista non esce mai da se stesso».

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Charles Baudelaire
IL PITTORE DELLA VITA MODERNA
a cura di Gabriella Violato
Marsilio
pp. 176 • £.18.000
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Charles Baudelaire
ULTIMI SCRITTI
Razzi, Il mio cuore messo a nudo,
Povero Belgio
Traduzione e cura di Franco Rella
Feltrinelli
pp. 142 • £.14.000

il manifesto (la talpa libri) 27 aprile 1995

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