Emily Dickinson. Paesaggi senza titolo da una stanza con vista sulla vita

Emily Dickinson, i suoi cinquantasei anni li visse tutti a Amherst, nel Massachusetts, 150 chilometri ad ovest di Boston, nella Pioneer Valley, così chiamata perché lì, nel Seicento, c’era la frontiera occidentale dei neoamericani del New England. Immersa nella bella casa del padre Edward, avvocato e parlamentare antischiavista, Emily coltivò la sua «estasi» («Take all away from me, but leave me Ecstasy»), la sua unica ricchezza tra gli uomini e le donne che intorno a lei si sposavano, facevano figli, lavoravano, morivano; la vita di Emily, così fisicamente protetta e così emotivamente attraversata («Il medico dice che ho una “prostrazione nervosa”. Forse è così – non conosco i nomi della malattia. La crisi del dolore di tanti anni è ciò che mi stanca…»), è quel suo stare alla finestra, contemplando il bel giardino, inventando dialoghi tra una mosca e un’ape, chiacchierando con i topi, amando sulla carta qualche uomo, scrivendo alla sorella o a Thomas Wentworth Higginson, letterato di Boston ed eroico combattente nordista nella Guerra Civile, che la salvò dall’oblio letterario e che indirettamente suscitò nella sorella e nei parenti il postumo, irregolare impegno alla pubblicazione dell’opera omnia, praticamente inedita in vita.
Emily (Dickinson, chissà perché, è amica) con i suoi libri (Bibbia e Shakespeare e poco più, quel che si leggeva in un fervente ambiente protestante di metà Ottocento nel nuovo mondo: «Mio padre mi compra molti libri, ma mi implora di non leggerli, perché teme che scombussolino la mente») si inventò una lingua poetica asciutta e solenne, che rima come gli inni protestanti in versi secchi e brevi, fatti apposta per essere seguiti da fedeli non musicisti e da lettori non letterati, versi spezzati, scheggiati, trafitti da mille trattini-aghi, la cifra grafica di un’opera fatta di quasi duemila componimenti sempre senza titolo, accumulati foglio dopo foglio in una stanza con vista sulla vita.
Dentro la stanza, la compagna più presente è la Morte: morte già presente nella vita, scarto che delimita il senso di una vita di dolore («la minima spinta di felicità | mi ferma i piedi | e barcollo – ubriaca – »). E la vita di Emily è una vita esemplare: cosa c’è di più etico e totale di questo chiudersi fuori dal mondo («Il successo è più dolce nel pensiero | di chi non lo raggiunge mai»), e contemplare, estatici, la bellezza che il mondo nega a chi la vive, e svela a chi la scrive? («Questo era un poeta – colui | che distilla un senso stupefacente | dai significati ordinari»).
La poetessa che monologava con gli altri uomini e le altre donne attraverso le lettere credeva nella vitalità delle parole, che celebravano nella fine dell’estate «la rivelata rivista dell’estasi», o nella solitudine «la nazione estatica». Il suo paesaggio, una terra che copre «tutti i morti che qui con noi sono stati» è ad ogni volger di stagione prodigio di bellezza naturale, dove gli uomini non sono che superflui comprimari, e dove «il suono più triste, il suono più dolce, | il suono più pazzo che c’è – | lo fanno gli uccelli in primavera», facendoci «pensare a ciò che avemmo | e a ciò che ora rimpiangiamo».

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Emily Dickinson
POESIE
a cura di Massimo Bacigalupo
Oscar Grandi Classici Mondadori
pp. XLIV-510 • £.20.000

il manifesto (la talpa libri) 14 settembre 1995

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