Cantare insieme al buio. Sylvia Plath e Ted Hughes

Nelle sale cinematografiche italiane il film di Christine Jeffs dedicato a Sylvia Plath è atteso per questo 2004. Tanto che Adelphi ha ristampato rapidamente i Diari nella edizione del 1998, annunciando nella fascetta l’imminente Sylvia, e La Tartaruga ha tradotto il libro della collaboratrice del ”Times” Erica Wagner dedicato alle Birthday Letters, l’ultima raccolta poetica di Ted Hughes interamente dentro la vita di Sylvia e di suo marito Ted, pubblicata dal poeta pochi mesi prima di morire nel 1998. Mentre il film non arriva ancora doppiato in italiano in sala, lo si può vedere naturalmente in dvd, acquistandolo sul sito Internet di Amazon.uk per poche sterline. Christine Jeffs ha dato a Sylvia Plath il volto di Gwyneth Paltrow: come lei bionda, americana ma somaticamente molto europea anglosassone, bella di un glaciale erotico racchiuso innamorante sfumare nell’ineffabile; febbrile, istericamente sigillata. Non sappiamo, della biografia di Gwyneth, quanto ci pare di sapere della biografia di Sylvia dalle decine di libri che ancora oggi appaiono su di lei e sul “colpevole” Ted Hughes, che nelle sue raccolte poetiche ci lascia ammirati e remoti dai suoi mitologemi ancestrali, animistici, e che nelle Lettere di compleanno ha invece liberato una immensamente dolorosa testimonianza di amore e di dolore, raccontando la moglie poetessa suicida dall’interno di un amore fusionale, simbiotico, che infine mise in campo tutti i fantasmi di morte e la felicità di entrambi (la comune delicata passione raffinata per la coltivazione di fiori, iris e giunchiglie, nei loro domestici giardini…): “Quando sei l’unico scrittore creativo in famiglia – ha scritto Hughes nel 1996 trentatre anni dopo il suicidio della madre dei loro due figli – possono nascere gelosie e contrasti, se gli altri non capiscono perché ti chiudi in una stanza solo coi tuoi pensieri, nel tentativo di corteggiare la musa. Quando si è in due, invece, c’è un’atmosfera di collaborazione. È più facile concentrarsi su ciò che si fa, perché tutti e due si fa la stessa cosa. È come cantare insieme al buio”.
Il film della Jeffs, corretto e delicato come un documentario ad alto specifico creativo, certamente sta con Plath. La Plath biografica: abbarbicata a quel tenebroso poeta inglese conosciuto a Cambridge nel fuoco delle sue giovanili ambizioni accademiche, tenuto accanto a sé in venerazione segretariale ma anche in training letterario, padre futuribile dei propri figli “dopo” la propria affermazione, padre reale nel momento in cui il suo corpo e i suoi sensi di femmina animale chiamarono la maternità, compagna totalizzante e fedelissima che trascinava il suo uomo con sé nei suoi incubi di morte: l’ossessione della morte del “prussiano” padre Otto Plath, la colpevolizzazione furiosa della madre, affettuosa corrispondente delle lettere, e oggetto d’odio e rancore nelle parti dei Diari tagliate nell’edizione del ’98 (rileggibili nei Journals curati da Karen V. Kukil nel 2000 per Faber&Faber), o nella rappresentazione romanzesca autobiografica della Campana di vetro (The Bell Jar), la cicatrice orrenda su una bella guancia, impronta del primo tentativo di suicidio non riuscito, con manciate di sonniferi ingoiate nella cantina della casa materna e il corpo dimenticato per ore con la guancia raschiata sul pavimento grezzo.
Sì, Ted piaceva alle sue giovani studentesse, e Sylvia ne era gelosa. La aveva già tradita, allora? Ma un giorno Hughes e Plath incrociarono una coppia di colleghi intellettuali, un poeta canadese e sua moglie Assia Wevill. Questa donna si conficcherà nel destino di Ted e Sylvia come un altro cuneo di morte (e di altri orribili suicidi e morti addosso allo sventurato/sventurante Ted): morbosamente ammirando/invidiando Sylvia, porterà a letto il suo uomo, sino a spezzare la loro convivenza, e forse la notizia che Assia era incinta (… quella volta abortì) sarà una delle cause scatenante del riuscito suicidio di Sylvia, in una gelida mattina di Londra: i due bambini, Nicholas e Frieda, nella loro camera, dormienti… la mamma porta loro latte e pane, apre le finestre sulla fredda alba, sigilla la porta che dà sul resto dell’appartamento, si imbottisce di pillole e mette la testa nel forno a gas… come scrive Hughes in una delle poesie conclusive delle Lettere di compleanno “i lupi stanno cantando nella foresta | per due bimbi, che sono diventati, nel loro sonno, | orfani | vicino al cadavere della loro madre”.
Con il passare dei decenni, dà meno soddisfazione grattar via dalla lapide della tomba di Sylvia Plath il suo cognome di moglie del poeta Hughes: è vero, è morta nella separazione coniugale da lui, Sylvia, scrivendo negli ultimi mesi le poesie che le hanno dato la gloria postuma. Ma proprio il suo essergli legalmente moglie ha dato a Hughes per decenni la chance, la responsabilità, il potere assoluto di costruire quella fama letteraria che era il timone della vita a termine di Sylvia: Hughes, sino al 1998 della confessione testamentaria delle Birthday Letters, ha fatto furiosamente argine con il suo pubblico silenzio (abitato invece dalla privata scrittura delle Birthday Letters) alla curiosità lucrosa, alle accuse moralistiche, all’industria editoriale di quel suicidio così eccitante e rivoltante. Ora possiamo ricominciare a leggerli come gli attori di una delle più sconvolgenti, meravigliose, terribili, tragedie amorose di tutta la storia della letteratura occidentale, comprendendo insieme la loro sublime felicità e il loro abissale dolore. Sylvia si strappò coi bambini a Ted quando la simbiosi si infranse; il 16 ottobre del 1962, mentre scriveva Ariel, scrisse in una lettera alla madre : “Sono una scrittrice geniale, me lo sento. Sto scrivendo le poesie più belle di tutta la mia vita; mi renderanno famosa”. L’11 febbraio del ’63, uccidendosi, Sylvia forse inconsapevolmente rimise il suo destino di scrittrice e di madre nelle mani di Ted.

Sylvia Plath, Diari; a cura di Frances McCullough e Ted Hughes. Prefazione di Ted Hughes. Traduzione di Simona Fefè. Milano, gli Adelphi 2004 (19981), 434 pp., ¤ 9,50.
Erica Wagner, Sylvia e Ted. Sylvia Plath, Ted Hughes e le “Lettere di compleanno”; traduzione di Giorgia Sensi. Milano, La Tartaruga 2004, 288 pp., ¤ 14,20.
Sylvia, un film di Christine Jeffs, con Gwyneth Paltrow e Daniele Craig. Ariel Films and UK Film Council 2003. Icon 10001237 MZ1 (1 dvd).

diario, 1 aprile 2005

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