Yeats nello specchio delle origini. Ricordi e superstizioni di un Buddha celtico

Le Autobiographies (proprio così, le Autobiografie, al plurale) di Yeats vengono pubblicate a Londra nel 1926: lo scrittore irlandese ha 61 anni e molte delle sue avventure pubbliche ed interiori sono compiute, molti dei suoi amici e delle sue amiche sono morti. Tre anni prima (inaspettatamente, garantisce lui) aveva ricevuto il Premio Nobel per la letteratura soprattutto perché con il suo teatro, con la sua “militanza” di patriota irlandese, aveva portato all’indipendenza nazionale l’Eire, il 2 febbraio del ‘22, divenendone Senatore. In quattro anni il grande poeta della sua terra, il leader intellettuale della rinascita culturale dell’ultima nazione celtica d’Europa aveva raccolto tutta la sua vicenda di uomo pubblico, di saggio in un mondo che dopo l’incubo della Prima Guerra Mondiale si stava consegnando all’incubo nazifascista.
William Butler Yeats morì il 26 gennaio del 1939, all’alba della Seconda Guerra Mondiale, in Francia meridionale, dopo aver soggiornato due volte a Rapallo per tentare di guarire i suoi polmoni: riuscì ad essere appassionato irredentista e cittadino della nascente Europa, democratico orgoglioso della propria indipendenza da Londra, cittadino rispettoso delle identità altrui e insieme ingenuo ammiratore della monarchia gentile e intellettuale della Svezia che gli conferiva il Nobel: «Mentre dico queste parole penso quanto abbiamo scavato nel profondo, ben al di sotto di ciò che è individuale, moderno e inquieto, alla ricerca delle fondamenta di un’Irlanda che può giungere all’esistenza solo in un’Europa che ancora non è altro che un sogno» scriveva Yeats in Prodiga Svezia, i ricordi che precedono l’ultimo scritto di queste Autobiografie, il bel discorso ufficiale all’Accademia svedese in ringraziamento del Premio Nobel.
Le Autobiografie non sono un libro, sono tanti libriccini, schegge di diario, ricordi di un’esistenza che, così autodipinta, è stata un’esistenza invidiabile, riletta da una prospettiva di saggezza adulta, appagata da una ineluttabile fortuna letteraria e politica: «Scrivo infatti dopo anni e anni, senza aver consultato né amici, né lettere, né vecchi giornali, e descrivo i ricordi che riaffiorano più di frequente; dico questo nel timore che qualche superstite amico della mia giovinezza si rammenti le cose in forma diversa e rimanga offeso da questo libro»; diluvio di prose varie e strane, costellate da citazioni dei propri versi, questo multilibro parte dalle Rêveries su infanzia e giovinezza, che ci restituiscono una visione idillica e malinconia dell’Irlanda occidentale di Sligo, e dell’esilio londinese con il padre John (pittore importante sulla scena figurativa britannica di quegli anni, dominata dai preraffaelliti di Rossetti). Superstizioni, orti pieni di meli, tappeti erbosi, le prime fascinazioni ascoltando i faeries, i racconti orali dei contadini irlandesi raccontati nei cottage dai tetti di paglia, i primi contrasti tra cattolicesimo e protestantesimo (visioni “etniche” del mondo prima che diverse confessioni di fede cristiane) riempiono le più poetiche pagine delle Autobiografie, quelle dove certo mette radici il respiro ancestrale che nutrirà le prime grandi poesie, Innisfree, l’isola sul lago («Mi leverò e andrò, ora, andrò a Innisfree, / e costruirò una capanna laggiù, fatta d’argilla e canne») o La rosa del mondo («Noi trascorriamo insieme il mondo sofferente: / fra l’anime degli uomini che ondeggiano e ritraggono, / come le pallide acque nel loro corso invernale»).
Dopo l’infanzia tra Sligo e Londra, prima del bel discorso di Stoccolma, Yeats ricorda i suoi due grandi amici John Synge (leggere il suo Le isole Aran, gioiello celtico, tradotto anni fa da Sellerio) e Lady Augusta Gregory, con cui lavorò alla fondazione di una drammaturgia nazionale irlandese all’Abbey Theatre di Dublino, e traccia ritratti sobri e intensi di Oscar Wilde e di Aubrey Beardsley: quest’ultimo «non era nemmeno amico di Wilde – c’era addirittura un’antipatia reciproca – e non aveva anomalie sessuali, ma era certamente impopolare»; avere illustrato la Salome gli costò il posto allo “Yellow Book”, e la rovina professionale; per Yeats «il primo incontro con Oscar Wilde fu una cosa stupefacente. Mai avevo sentito un uomo esprimersi con frasi così perfette, quasi le avesse scritte tutte la notte prima e con fatica, eppure tutte spontanee».
Al centro dell’esperienza intellettuale raccontata nelle Autobiografie c’è la lunga consuetudine con le esplorazioni del mondo che sta oltre la nostra coscienza, il mondo parapsicologico e la teoria esoterico-cabalistico-visionaria della Maschera e della Grande Ruota che venne esposta in Una visione (1925, tradotto da Adelphi): un’esperienza che agli scettici pare un castello di carte (di arcani…) muffito dal tempo, coperto dalle ragnatele della storia, e che va invece letto come la conquista di una coscienza estesa in questo mondo, di un ponte spirituale gettato tra il proprio inconscio e i misteri degli altri inconsci e degli altri mondi. Come un celtico Buddha, Yeats cercò, trovò e poetò la sua illuminazione, scrivendo per noi pagine solenni, umane, più limpide di ogni visione: «L’anima conosce soltanto i propri mutamenti di stato. Lo sento ma non lo vedo con chiarezza, perché io inseguo la verità nella selva ove essa dimora, ed è mio compito tenermi vicino alle impressioni dei sensi, alla comune vita quotidiana. Ma l’estasi non è forse un qualche colmarsi dell’anima in se stessa, una sua lenta o improvvisa espansione, come di un pozzo che tracima? Non è questo ciò che s’intende per bellezza?»

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William Butler Yeats
AUTOBIOGRAFIE
traduzione di Alessandro Passi
Adelphi
pp. 578 • £. 65.000

il manifesto (la talpa libri) 8 settembre 1994

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