Purché non sia volgare. L’occhio critico di Huxley sulla letteratura

Rampollo di una famiglia straordinaria, ricca di geniacci di gran rango intellettuale e sociale, Aldous Huxley, dagli studi ad Oxford alla vita errabonda e viaggiatrice, visse sempre al di sopra della volgarità, peccato che fu per lui quasi un’ossessione.
La volgarità in letteratura non si può leggere senza un altro saggio, quel D .H. Lawrence che Huxley prepose alla sua edizione dell’epistolario con l’amico scrittore nel ‘32: Lawrence (morto nel ‘30) ricompare, con le riflessioni sulla volgarità, in Oltre la baia del Messico (1934) dove in nave, sull’Oceano Atlantico, di ritorno dalla terra che aveva infiammato Il serpente piumato, Huxley rilegge l’amico prendendo le distanze dal suo animismo sanguinario, strumentalizzato da molti nazifascisti europei con grande imbarazzo dei superstiti del giro di Garsington, Katherine Mansfield e Lytton Strachey, Tom Eliot e Virginia Woolf.
Huxley, invece di respirare, scriveva; ha scritto tanta di quella roba che oggi, a vedere tradotti tre suoi libri per il centenario della nascita (1894, morì a Hollywood nel ‘63) tremano i polsi; il saggista e il viaggiatore, in particolare, regalano una prosa datata, giornalistica (molti dei saggi di La volgarità in letteratura erano nati per riviste e giornali), piena di spiritosaggini muffite.
Ecco, il letterato è assillato dagli eccessi che invece hanno dato fuoco e attualità ai libri che resteranno del romanziere, I diavoli di Loudun e Il mondo nuovo, progressioni nel passato dell’intolleranza e nel futuro della dittatura tecnocratica, tempi estremi sempre così incombenti sul nostro rischioso presente. Huxley liquida il sentimentalismo dolciastro di Dickens nella Bottega dell’antiquario o di Balzac in Séraphita, ma, troppo intelligente per lasciarsi facilmente intrappolare nello schema, indica in un’altra morte di fanciullo, quella di Iljusa nei Fratelli Karamazov, l’arte del trattare il dolore: «La bontà, l’innocenza, l’ingiustizia della sofferenza e perfino, in un certo senso, la sofferenza in quanto tale, hanno senso soltanto in rapporto ai fatti concreti della vita umana. Prese isolatamente, cessano di avere significato, forse cessano addirittura di esistere». Schierato dalla parte della verità autentica, detestava i borghesi e i piccolo borghesi, la letteratura scritta da scrittori borghesi per lettori piccolo borghesi; la vera volgarità, per lui, non era il sentimento, ma il sentimentalismo, non il racconto di un dolore, ma l’effetto teatrale, wagneriano della rappresentazione di un dolore. In questo senso particolare, della difesa della corporalità letteraria (posizione che lo fa simpatizzare per il vituperato sensualismo innocente di Lawrence), lo Huxley logorroico di queste troppe pagine è riutilizzabile; gran signore oxfordiano, sbeffeggia tutti gli snob che pensano a una letteratura di aria profumata e di aeree perfezioni formali (assoluzione solo per Mallarmé e James, abominio per il Poe poeta, poverino): «In letteratura è volgare esibire emozioni che non si provano veramente, ma che si pensa di dover avere solo perché le hanno tutte le persone di valore».
Nelle centinaia di pagine che raccontano le sue escursioni in India, Birmania, Malesia, Stati Uniti, Venezuela, Giamaica, Guatemala e Messico, Huxley più di una volta si sfida a parlare di civiltà occidentale e di altre civiltà, ma ancora una volta la scelta di campo contro ogni nazionalismo, per la carnalità popolare, per la letteratura che si sporca di verità, scarta l’odore di vecchia carta di giornale e profuma di fresco: «L’arte popolare è spesso noiosa o insignificante, ma mai volgare, e questo per una ragione ovvia. I contadini non possiedono, primo, il denaro e, secondo, l’abilità tecnica necessari per realizzare quegli eccessi che costituiscono l’essenza della volgarità. La volgarità è sempre stata appannaggio delle persone benestanti e molto istruite. L’innalzamento generale del tenore di vita si è tradotto in un aumento della volgarità». Buono per i recenti magnifici anni Ottanta, questo inossidabile giudizio traghetta all’ultimo omaggio per l’antiborghese Lawrence, che sradicò il sesso dalle prigioni bigotte dell’Ottocento; dissentendo affettuosamente dal compianto amico, Huxley non accettava, del Serpente piumato, la fuga panica e regressiva nel primitivo, l’invito «a rinunciare alla luce del giorno e all’aria fresca e di immergerci nel “grande mare del sangue pulsante”, quel sangue il cui scorrere naturale e spontaneo altro non è che l’odio per lo spirito, la miseria estrema e “quell’oscuro desiderio di morte”»; ancorato alla sua scrivania di aristocratico intellettuale inglese abitante del mondo, Huxley stoicamente sapeva di non dover rinunciare al duro prezzo del progresso e della propria condizione di privilegiato civilizzatore: «Dobbiamo rassegnarci a pagare, e a continuare a farlo all’infinito, il prezzo irriducibile dei beni che abbiamo scelto».

________________________________
Aldous Huxley
LA VOLGARITÀ IN LETTERATURA
il Mulino
pp. 176 • £.18.000
—————————————————-
OLTRE LA BAIA DEL MESSICO
Franco Muzzio
pp. XX-236 • £.24.000
—————————————————–
TUTTO IL MONDO È PAESE.
Jesting Pilate.
Diario di un viaggio intorno al mondo
Franco Muzzio
pp. XVIII-232 • £.24.000

il manifesto (la talpa libri) 12 gennaio 1995

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.