Perec speleologo dell’infra-ordinario

Poco prima di morire, Georges Perec in Italia era quasi sconosciuto: Guanda nell’82 pubblicò Un uomo che dorme, e nell’84 Rizzoli il suo libro più importante, La vita: istruzioni per l’uso; senza Italo Calvino, suo caro amico parigino e suo semblable e frère letterario, Perec forse non sarebbe diventato un autore tanto tradotto. Bollati Boringhieri da qualche tempo fruga in quel che resta e, in attesa che venga tradotta una delle sue opere più sfuggenti e sperimentali, La boutique obscure (narrazioni oniriche nell’era postsurrealista) al catalogo delle cosine sempre più sparse e piccoline dell’oulipista si aggiunge L’infra-ordinario, una raccolta di articoli pubblicati su giornali e riviste tra il ‘73 e l”81, e usciti da Seuil nell’89.
La misura piccola giova, a Perec, e lo riconferma gemello dell’ultimo Calvino, sempre più levigato, marmoreo, essenziale, carico di senso formale e scarico di illusioni messaggere, in una ironica religione della parola laicissima. Perec, qui, è così sintetico e intuitivo che le poche pagine di Approcci di cosa? non bastano, frustrano e rammaricano, così presto finite in un libro, così effimere accusatrici del meschino effimero giornalistico: «I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. I giornali mi annoiano, non mi insegnano niente; quello che raccontano non mi riguarda, non mi interroga né tanto meno risponde alle domande che mi pongo o che vorrei porre. Quello che succede veramente, quello che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Quello che succede ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?». Già, in che modo? Perec andrà avanti e, gettato il sasso nello stagno dello scandalismo delle news (più immobile e più insignificante del gesto banale di un pensionato seduto sul suo balcone) indicherà la via, un metodo, dei modi? Niente. A pagina 12 c’è l’arrabbiatura epocale (quasi un’anteprima della Lentezza che Kundera, testimone dell’esprit du temps, ora professa); a pagina 15 c’è La rue Vilin, un’altra cosa, forse una risposta indiretta (scritta nel ‘77, quattro anni dopo). Meglio così: se Perec avesse dato la ricetta avremmo rischiato il peggio: qualche giovane mediatico brillante democratico direttore di giornale di centro-sinistra avrebbe inseguito la formula, perseguitando i perechiani ancora più in là, nelle loro tane tranquille di non-lettori di non-quotidiani, spingendoli a scavi più profondi, a fughe più radicali dal demente rimbombare di scandali & successi, di mostri & personaggi.
Tranquillo, pacioso, lo scrittore va allora in Rue Vilin e prima di ogni Carver e di ogni Baker fa un minimalismo parigino, e per un po’ di anni, una volta l’anno, si piazza davanti a un luogo di avi e fa l’inventario: «Sulla sinistra (lato numeri dispari), il n.1 è stato intonacato di recente. Era, mi hanno detto, l’edificio dove vivevano i genitori di mia madre…»; cambia un’insegna, aumentano i ruderi, e poi crescono nuovi edifici e si attaccano altre insegne; lì davanti, fermo con un taccuino, un tizio strano, sempre più vecchio, che prende appunti: monsieur Perec. Che poi, a pagina 29, fa il gioco più buffo di questo libriccino e «a Italo Calvino» dedica Duecentoquarantatré cartoline illustrate a colori autentici, messaggi ossessivi, veramente minimal (Glass o Reich potrebbero farne una travelling opera) da luoghi reali e – più probabilmente – immaginari, in cui i buffi leit-motiv sono le scottature sulle spalle, il dolce far nulla, le mangiate e «un mare di ricordi» per chi resta a Parigi.
Infine (ma non c’è un infine con Perec, e tutto si può smontare e rimontare come un Lego System) c’è il Perec deambulante intorno al nuovo Beaubourg, o il Perec che salta su un aereo e girella per Londra, perdendosi per circus, house, place, road, square, street che hanno tutti le stesso nome ma stanno in quartieri diversi e lontanissimi. Statistico delle sue viscere, si tuffa in una anamnesi gastroenterica (Tentativo d’inventario degli alimenti liquidi e solidi che ho ingurgitato durante l’anno millenovecentosettantaquattro); speleologo dell’infra-ordinario, si lancia in una perlustrazione della sua scrivania (Still life/Still leaf) con un fermo-immagine (uno still leaf, fermo-pagina) che è una opzionale ultima parola: «In primo piano, in netto contrasto col drappo nero della tavola, c’è un foglio di carta a quadretti, di formato 21 x 29,7, quasi interamente coperto da una scrittura esageratemente fitta», da una scrittura esageratemente rada di obbiettivi.

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Georges Perec
L’INFRA-ORDINARIO
traduzione di Roberta Delbono
Bollati Boringhieri
pp. 112 • £.15.000

il manifesto (la talpa libri) 30 marzo 1995

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