lazy nello spleen domenicale
mi chiedi se son foco
e se arderei più te che il munno

balbetto (che per me è normale
la mattina dentro il letto)
così per te significa «mi vuole troppo poco»

e mentre lotto per rendere il weekend
un po’ più concludente e meno vano
mi vuoi dire che lo scopato è tuo marito

ricapitolando, abbiamo fatto ciò che è consentito:
io resto stravaccato sul divano
tu, femmina, stizzita mi hai zittito

© Daniele Martino 2017 proprietà letteraria riservata

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.

Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice (1956)

Lo vediamo che così non va. Difficile individuare nella storia età dell’oro, della felicità, della compassione, della solidarietà tra esseri umani. Eppure oggi abbiamo una facoltà di soffrire per le tragedie collettive e individuali. Questa sensibilità, che forse possiamo dire molto diffusa in un tempo percepito come drammatico da molte coscienze, è un bene prezioso, che nel passato è stato testimoniato da saggi, da filosofi, da guru, da profeti, da vittime che avevano la possibilità di scrivere, di testimoniare la loro acutezza. Se una eccellenza resta alla cultura, è la sua capacità di vedere e riferire ciò che in tanti esseri umani è dolore privato, disperazione intima, tuttalpiù sfogo straziante davanti alla telecamera di un giornalista spedito sul luogo del disastro per alimentare anche l’affare economico dell’informazione istantanea e globale.

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